Thursday, June 21, 2012

Addio A Elinor Ostrom, Nobel dei "Commons"


Pubblicato sull'inserto domenicale de Il Sole 24 Ore, 17 giugno 2012. Tutti i diritti riservati.

Se n’è andata a 78 anni Elinor Ostrom, premio Nobel per l’Economia (con Oliver E. Williamson) nel 2009, un anno dopo la tragedia finanziaria del 2008, con il crollo delle borse internazionali e il collasso a catena di banche e stati. Premiata per il suo lavoro sull’economia dei beni comuni e le strategie d’azione collettiva, la Ostrom è la prima donna ad avere mai ricevuto il Nobel in questa disciplina. Con un ragionamento semplice: non esiste nessuna tragedia inesorabile iscritta necessariamente nei geni del nostro comportamento economico. Possiamo imparare a collaborare, a cambiare le regole del gioco e a gestire le risorse che condividiamo in modo più ragionevole.



Outsider nel mondo eminentemente maschile degli economisti “duri”, la notizia del suo Nobel lasciò la comunità sorpresa e impreparata. La maggior parte degli economisti non la conosceva nemmeno, e molti di loro la consideravano più un’esperta di scienze politiche che una vera economista. Studiosa interdisciplinare, la Ostrom non aveva esitato a combinare ricerca empirica, osservazione antropologica e studio delle norme sociali per comprendere come la gente si organizza spontaneamente nella gestione dei beni collettivi come l’aria, le foreste, l’acqua, i pascoli, le spiagge, la conoscenza (si veda la raccolta diretta con Charlotte Hess: La conoscenza come bene comune, Bruno Mondadori), senza bisogno di leggi imposte dall’alto. Nel suo libro Governare i beni collettivi. Istituzioni pubbliche e iniziative di comunità(Marsilio, 2007), Elinor Ostrom attacca la visione canonica della cooperazione che impera in economia e, più in generale, nella Weltanschauung del presente.

Per gli economisti ancora convinti, beati loro, della razionalità dell’homo oeconomicus, la cooperazione è un dilemma irrisolvibile, studiato e ristudiato sotto il nome di Dilemma del Prigioniero. Il nome stesso del dilemma la dice lunga sulla visione dell’umanità che vi sta dietro. Il dilemma del prigioniero è un dilemma sociale perché l’azione razionale individuale porta a una situazione d’irrazionalità collettiva. La situazione è la seguente. Dobbiamo decidere se cooperare o meno con qualcuno. Il meglio sarebbe per entrambi di cooperare, perché ci permetterebbe di ottenere il risultato migliore. Ma il rischio che l’altro decida di fregarci una volta che noi abbiamo fatto la prima mossa è troppo alto (io pago in anticipo per ottenere la sua merce e quello invece di spedirmela, scappa con i soldi). Dunque, ci accontentiamo del risultato mediocre di non cooperare per evitare le perdite troppo importanti nel caso di defezione dell’altro.

La tragedia della cooperazione era stata l’oggetto di un famosissimo articolo pubblicato su Science nel 1968, The Tragedy of the Commonsin cui lo studioso di ecologia Garrett Hardin sosteneva che l’azione collettiva fosse impossibile perché genera paradossi come il dilemma del prigioniero e, in ultima analisi, il collasso delle risorse condivise. Se un gruppo di individui si trova a condividere un bene comune, diciamo un pascolo, e ognuno massimizza il suo interesse, allora il pascolo verrà prima o poi completamente distrutto. La logica inesorabile del destino del pascolo diventò un leitmotiv degli economisti, che in maggioranza decisero che bisogna imporre regole dall’alto di gestione della proprietà sui beni collettivi per evitarne la completa distruzione.

Il lavoro empirico e teorico della Ostrom mostra semplicemente che questa forza del destino dell’uomo razionale massimizzatore del suo utile non c’è. Se si analizzano gli esempi, come lei fa spaziando dai sistemi di irrigazione in Nepal, ai pascoli africani, dalla gestione delle acque in California, alle foreste e ai diritti sulla pesca, ci si rende presto conto che la gente non è vittima del dilemma del prigioniero. La gente coopera, trova soluzioni, cerca di mettersi d’accordo con quelli che sembrano più disponibili a partecipare, crea sistemi di sanzioni per i free-riders, insomma, nessuno resta intrappolato in relazioni paradossali che portano inevitabilmente alla rovina. Tranne forse gli economisti e i mercati che incarnano le loro visioni del mondo.

Come scrive giustamente nel suo libro, il dilemma del prigioniero incarna una metafora fondamentale del presente: l’uomo in trappola, che non può che scegliere per sé stesso e subire invece il suo destino sociale. Ecco perché il suo destino è tragico. Whitehead sosteneva che l’essenza drammatica della tragedia non è la sventura, ma la solennità del processo inesorabile e ineluttabile degli avvenimenti. Le ricerche della Olstrom mostrano che l’ineluttabilità non esiste, se non nell’astrazione dei modelli formali delle transazioni finanziarie. E invece di stupirsi che un premio Nobel in economia sia stato dato a una ricercatrice interdisciplinare, esperta di sociologia, antropologia, economia politica, governance, istituzioni pubbliche, etc. bisognerebbe chiedersi piuttosto come fa a esistere ancora oggi un premio Nobel di economia e basta invece che di scienze sociali in generale. Non sono bastati i premi Nobel in economia dati a psicologi, a filosofi, a esperti di etica, a scienziati politici per far capire agli economisti che ci sono più cose tra cielo e terra che nei loro modelli.

Tuesday, June 19, 2012

By Gloria Origgi | Response | 2011 Annual Question | Edge

By Gloria Origgi | Response | 2011 Annual Question | Edge


Kakonomics, or the strange preference for Low-quality outcomes Print


Philosopher and Researcher, C.N.R.S. Paris; Author, Text-E: Text in the Age of the...
I think that an important concept to understand why does life suck so often is Kakonomics, or the weird preference for Low-quality payoffs.
Standard game-theoretical approaches posit that, whatever people are trading (ideas, services, or goods), each one wants to receive High-quality work from others. Let's stylize the situation so that goods can be exchanged only at two quality-levels: High and Low. Kakonomicsdescribes cases where people not only have standard preferences to receive a High-quality good and deliver a Low-quality one (the standard sucker's payoff) but they actually prefer to deliver a Low-quality good and receive a Low-quality one, that is, they connive on a Low-Lowexchange.
How can it ever be possible? And how can it be rational? Even when we are lazy, and prefer to deliver a Low-quality outcome (like prefer to write a piece for a mediocre journal provided that they do not ask one to do too much work), we still would have preferred to work less and receive more, that is deliver Low-quality and receive High-quality.Kakonomics is different: Here, we not only prefer to deliver a Low-quality good, but also, prefer to receive a Low-quality good in exchange!
Kakonomics is the strange — yet widespread — preference for mediocre exchanges insofar as nobody complains about. Kakonomic worlds are worlds in which people not only live with each other's laxness, but expect it: I trust you not to keep your promises in full because I want to be free not to keep mine and not to feel bad about it. What makes it an interesting and weird case is that, in all kakonomic exchanges, the two parties seem to have a double deal: an official pact in which both declare their intention to exchange at a High-quality level, and a tacit accord whereby discounts are not only allowed but expected. It becomes a form of tacit mutual connivance. Thus, nobody is free-riding:Kakonomics is regulated by a tacit social norm of discount on quality, a mutual acceptance for a mediocre outcome that satisfies both parties, as long as they go on saying publicly that the exchange is in fact at a High-quality level.
Take an example: A well-established best-seller author has to deliver his long overdue manuscript to his publisher. He has a large audience, and knows very well that people will buy his book just because of his name and anyway, the average reader doesn't read more than the first chapter. His publisher knows it as well…Thus, the author decides to deliver to the publisher the new manuscript with a stunning incipit and a mediocre plot (the Low-quality outcome): she is happy with it, congratulates him as she had received a masterpiece (the High-quality rhetoric) and they are both satisfied. The author's preference is not only to deliver a Low-quality work, but also that the publisher gives back the same, for example by avoiding to provide a too serious editing and going on publishing. They trust each other's untrustworthiness, and connive on a mutual advantageous Low outcome. Whenever there is a tacit deal to converge to Low-quality with mutual advantages, we are dealing with a case of Kakonomics.
Paradoxically, if one of the two parties delivers a High-quality outcome instead of the expected Low-quality one, the other party resents it as a breach of trust, even if he may not acknowledge it openly. In the example, the author may resent the publisher if she decides to deliver a High-quality editing. Her being trustworthy in this relation means to deliver Low-quality too. Contrary to the standard Prisoner Dilemma game, the willingness to repeat an interaction with someone is ensured if he or she delivers Low-quality too rather than High-quality.
Kakonomics is not always bad. Sometimes it allows a certain tacitly negotiated discount that makes life more relaxing for everybody. As one friend who was renovating a country house in Tuscany told me once: "Italian builders never deliver when they promise, but the good thing is they do not expect you to pay them when you promise either."
But the major problem of Kakonomics — that in ancient Greek means the economics of the worst — and the reason why it is a form of collective insanity so difficult to eradicate, is that each Low-quality exchange is a local equilibrium in which both parties are satisfied, but each of these exchanges erodes the overall system in the long run. So, the threat to good collective outcomes doesn't come only from free riders and predators, as mainstream social sciences teach us, but also from well-organized norms of Kakonomics that regulate exchanges for the worse. The cement of society is not just cooperation for the good: in order to understand why life sucks, we should look also at norms of cooperation for a local optimum and a common worse.

Tuesday, May 29, 2012

What is the Ultimate Taste?

Slides presented at the workshop: The Taste of Wine: Its History and Philosophy held in Paris, Institut Nicod, on May, 25th. See the programme: http://www.tastings.fr/event/2012_taste-of-wine.php?lang=fr

Sunday, May 20, 2012

Se Aristotele fa l'indiano

Copyright Il Sole 24 Ore. This article has been published on the cultural supplement of Il Sole 24 Ore on May 20th 2012. All rights reserved. Do not quote without permission.




Invitato per un ciclo di conferenze settimana scorsa a Parigi, Galen Strawson, British Philosopher appartenente alla tradizione più genuinamente analitica, autore di monografie su metafisica e causalità, figlio dell’ancora più analitico Peter Strawson, insomma, il non plus ultra del filosofo canonico anglosassone, decide di parlare di “Coscienza, fosforescenza e svaprakaasa”. Cos’è?

L’incipit del discorso lascia il pubblico stupito e impreparato: “Aristotele, Dharmakirti, Dignaga, Cartesio e Locke avevano ragione: la coscienza comporta la coscienza di essere coscienti”. L’affermazione è banale: è il punto di partenza, di dibattiti infiniti sul regresso altrettanto infinito degli argomenti sulla coscienza. Insomma, il contenuto è il solito, ma il packaging è quello del nuovo millennio: e chi aveva mai sentito infatti un filosofo al centro dell’Impero Occidentale citare nomi delle tradizioni filosofiche delle sue ex-colonie?

In realtà, l’India tra il quinto e il settimo secolo, quando fiorisce la scuola buddista di Dignaga e del suo principale commentatore, Dharmakirti, è tutto tranne che una colonia: è una cultura complessa e matura, in cui si sfidano tradizioni di pensiero, come il buddismo e l’induismo. Durante quella che è considerata l’età d’oro della filosofia indiana, si compie, grazie agli autori citati da Strawson, una vera svolta epistemologica, grazie alla quale l’attenzione si sposta dalle questioni strettamente religiose e metafisiche, alla comprensione di cosa costituisce una forma valida di cognizione o pramana. La svolta epistemologica di Dignaga non è però sufficiente a creare un ponte con la filosofia occidentale. Per semplificare al massimo, il più grande divario tra la filosofia orientale e quella occidentale è la separazione ossessiva, nella nostra tradizione, tra io e mondo, tra soggettivo e oggettivo, natura e cultura, coscienza e materia inerte, laddove la filosofia orientale non separa i due piani, rappresentando invece il nostro rapporto col mondo come circolare invece che verticale: non osserviamo dall’alto un mondo inerte: ne siamo parte, e circolarmente lo percorriamo e ne siamo attraversati.

Il svaprakaasa, menzionato nel titolo della conferenza di Strawson, è la coscienza come fosforescenza, uno stato dell’essere che ha una luminosità speciale: illuminandosi illumina le cose intorno a sé e, viceversa, per far luce sulle cose intorno a sé, fa luce su sé stesso. La coscienza così intesa è una proprietà delle cose tutte, non limitata ai soggetti. Ogni cosa può “riflettere” in questo senso la luce di un intelletto che la pensa.

Strawson, come David Chalmers, difende una posizione anti-riduzionista sulla coscienza, con un tocco di new age, per cui la materia e le cose tutte potrebbero essere potenzialmente coscienti. Ma nella sconfinata bibliografia di David Chalmers dedicata alla coscienza non c’è nemmeno una menzione di filosofi indiani. Ciò che è radicalmente nuovo è inserire nel cuore del canone occidentale lo svaprakaasa, il pramana e altri concetti affini.

Cosa stupisce tanto di quest’operazione intellettuale? In primo luogo, la sua formidabile ingenuità. Nessun filosofo sgamato post-moderno, che sa che il mondo è socialmente costruito, avrebbe osato importare così acriticamente nozioni che vengono da un mondo politico e culturale lontano nel tempo e nello spazio. Il post-moderno ammonisce: non esistono i concetti in quanto tali che, come prodotti di consumo, si possono trasportare da una realtà all’altra!

Eppure l’ingenuità di Strawson ha il vantaggio di portare alla ribalta un linguaggio che, nel contesto del dibattito dominante, non ci era familiare. Certo, nell’era di Wikipedia è più facile familiarizzarsi con lo svaprakaasa e forse banalizzarlo, e postmoderni e specialisti di filosofia indiana inorridiranno davanti a simili semplificazioni. Ma se la filosofia occidentale non vuole asfissiare, se vuole togliersi quel centralismo che nell’era globale non è altro che provincialismo, forse fa meglio a non imbarcarsi in interpretazioni e disvelamenti di quel che davvero vogliono dire i pensatori di altre tradizioni, ma assumere il loro bagaglio di nozioni, come si dice, at its face value: così come sono, magari banalizzandole, tradendole, ma facendo lo sforzo di allargare il proprio dizionario filosofico nella direzione del mondo di domani. Puro politically correct? Può darsi, ma le parole sono importanti, e quel che diventa lecito dire e non dire cambia il corso del pensiero. Dignaga insieme ad Aristotele, pur banalizzato, storpiato, malinteso, è un passo avanti per comprendere i problemi di sempre con lo sguardo nuovo di un pensiero globale.

Forse il realismo ingenuo del filosofo analitico, che prende i concetti così come sono, senza cercare di disvelarne la segreta natura di dispositivi di dominazione, è l’atteggiamento giusto per ripensare la filosofia in chiave globale, rispettando l’integrità di quei prodotti fragili che sono le idee filosofiche ed aiutandoci, anche eticamente, a comprendere che le questioni che tormentano i pensatori di tutto il mondo da sempre sono più simili di quanto avevamo creduto.


Sul tema della filosofia globale, avevo organizzato una conferenza a New York nel 2011, all'Istituto Italiano di Cultura : Global Humanities. Il dibattito era su temi affini, e in generale, su come le scienze umane, così radicate in tradizioni e valori locali, possano globalizzarsi. Gli archivi del dibattito con tutti i testi presentati sono disponibili online a: http://www.interdisciplines.org/conferences/Global-Humanities


    

Thursday, May 03, 2012

Quand Don Giovanni devient DSK...



Traduction française par Laurence Dahan de l’article paru dans le quotidien italien IL FATTO : http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/giovanni-diventa-berlusconi/206025/

Je suis allée voir Don Giovanni, production de 2006 de l’Opéra de Paris, reprise cette année à l’Opéra Bastille, mise en scène par Mickael Haneke, le sulfureux réalisateur autrichien du film  La Pianiste.
La scène est glaciale. A un étage élevé d’un bâtiment  moderne en verre et acier, des baies vitrées  donnent sur des gratte-ciels voisins. Les personnages entrent et sortent des ascenseurs éclairés par des néons aveuglants. L’histoire se déroule sur le palier d’un étage élévé devant les portes grises d’appartements auxquels nous n’avons pas d'accès durant les deux actes.

Comme c’est le cas dans certains luxueux immeubles newyorkais, ce grand palier avec vue héberge  quelques tables et un frigidaire, où les personnages viennent se restaurer de temps à autres.
Don Giovanni est un trader en costume bleu foncé, chemise et cravate de couleur sombre, accompagné d’un Leporello complice, lui aussi habillé comme dans le film Wall Street et clairement entiché du séducteur, qui s’en va faire des conquêtes féminines mais à la fin dîne en tête à tête avec son ami/ serviteur, une amitié gay entre deux hommes qui, bien que séduisant les femmes, s’aiment secrètement.

Le physique imposant du baryton suédois Peter Mattei rend la première scène digne d’un policier américain. Donna Anna sort de la porte d’un appartement se disputant avec un inconnu qu’elle tente de démasquer. Le commandeur intervient et défie en duel Don Giovanni qui le tue. La violence de la scène est déjà une condamnation irréparable et donne le ton à toute la suite.

Incapable d’aimer, Don Giovanni est une espèce de maniaque glacial qui - comme dans le film Shame  où le personnage principal est un sex-addict newyorkais tourmenté par la culpabilité - couche avec des femmes sans en éprouver aucun plaisir, et celles-ci ne sont pas séduites par lui mais juste écrasées par la relation de pouvoir qui s’établit entre eux. Comme un Berlusconi du bel canto, ou un Strauss-Kahn rajeuni, Don Giovanni réussit à avoir toutes ces femmes car il est riche, puissant et agressif. Il couche avec elles dans son appartement froid à un étage élevé : des filles laides défilent en jeans et tee-shirt, intimidées par cette atmosphère terrifiante, et accepteront l’affaire pour quelques centaines de dollars.
Le mariage de Masetto et Zerlina est l’une des scènes les plus joyeuses, libératoires et érotiques de cette opéra, avec  le thème des «Giovinette che fate l’amore che fate l’amore, non lasciate che passi l’età…». Chez Haneke, il devient une réunion de femmes et d’hommes de ménage, la plupart immigrés avec l’air triste et défait, qui se retrouvent à balayer le palier du séducteur. Zerlina est coiffée d’une queue de cheval, porte de grosses lunettes laides et est habillée d’une uniforme de ménage et de sabots. Elle ne cède pas au charme du séducteur, mais à sa puissance, à sa totale domination sociale, économique et culturelle sur elle et sur Masetto.

Le diner final de Don Giovanni et Leporello à base de faisan et de vin Marzemino, la dernière tentative désespérée de Don Giovanni de résister à son heure qui a sonné - la fin qui le poursuit dans le rôle du commandeur - est, dans l’interprétation du philosophe Sören Kierkegaard, le dernier défi  de l’  «homme esthétique» contre la mort. Don Giovanni sait qu’il est condamné, sait que la vie passe, que ce n’est une absurde vanitas, mais il ne se plie pas et invite fièrement une bande de musiciens à assister à son dernier repas : « Già la mensa è servita/ Voi suonate, amici cari/ giache spendo i miei danari/ io mi voglio divertir .  Au contraire, dans l’interprétation de Haneke, le dernier diner est une barquette de sushi froid mangée sur le palier avec Leporello. Vraiment quelqu’un repousserait-il sa dernière heure pour avaler des sushis servis sur une assiette en plastique sur le palier ?

Mais quelle est cette vision du plaisir, de la séduction, et aussi du pécher ? Même le plus grand des moralistes sait que l’on péche  parce que pécher est un grand plaisir : un verre de vin en plus auquel on ne sait résister parce qu’il est tellement bon, l’énième régime que l’on laisse tomber à la vue d’ un irrésistible diner entre amis, l’énième promesse de fidélité trahit par ce sourire complice….

Don Giovanni est une ouvre totale qui se prête à toutes les interprétations. Le thème en ré mineur de l’ouverture annonce déjà la fin tragique, comme la naissance est une anticipation de la mort. Don Giovanni, œuvre écrite deux ans avant la Révolution Française, est  à la fois un hymne à la liberté et une avancée vers le romantisme, vers la bataille esthétique contre l’effroyable précipice de la fin. Don Giovanni ne sait pas choisir, ne se décide jamais, temporise en se perdant dans l’instant et la vie lui glisse entre les mains, entre plaisanteries, rires, fuites rocambolesques et mensonges. Personnage à cheval entre le  dix-septième et le dix-huitième siècle, sa psychologie est celle d’un héros romantique, sa politique est celle d’un libertin. Le sexe, élément-clef de la philosophie libertine, est instrument de libération et de victoire sur les rapports de classe (on se souvient du célèbre Catalogue).

Et pourtant, selon la morale neo-victorienne de notre époque barbare, où le libertinisme est devenu pornographie, les relations hommes-femmes gérées seulement par le pouvoir, et où il n’y a pas de place pour aucun vrai plaisir qui ne soit une course inutile vers le pouvoir et l’argent qui nous  serviront uniquement à nous retrouver seuls dans une chambre d’un Sofitel  à regarder un film porno, Don Giovanni ne jouit pas, n’aime pas, ne vit pas, et reste sur son palier. Il est puni car il est un monstre pervers pour lequel nous avons aucune pitié et aucun regret.

Je suis sortie remplie d’une grande tristesse et d’une absurde sensation romantique de regret d’une époque perdue, qui n’a peut être jamais existé, une époque où le sexe, l’amour et le plaisir étaient  des vecteurs de libération et non pas de domination et de pouvoir. Une époque où en dehors des conventions il n’y avait pas seulement perdition et punition, mais il y avait peut être la liberté,  comme le dit notre éternel alter-ego à la fin du premier acte : « Venite pure avanti, é aperto a tutti quanti, viva la libertà ! »


Don Giovanni - Présentation vidéo

Friday, April 27, 2012

The Best Pistachio Pesto Ever


I came back from Cairo, where I visited the Museum, Tahir Square and the local supermarket in the Zamalek neighborhood, for me always the best experience to understand a new place. I am a pistachio addict, I love pistachio in all its possible epiphanies, I can go on hours discussing the "ultimate pistachio taste" in an ice cream....Egypt is the paradise of pistachio, I thought it was Sicily, but I was wrong: It is definitely Egypt, and this adds even more seduction to this wonderful civilization.

So, I bought two big packs of pistachio nuts and brought them to Paris with a vague idea of possible culinary uses. I knew about some recipes of pesto with pistachio, and wanted to try one of these, but could not find anything really inspiring on the web. So I have created a new one. And it was great, just great, so much better than the traditional pesto, a super-Italian dish with a touch of new, Mediterranean flavor...

Here it is:

Two cups of pistachio
One cup of basil leaves
Two cups of peppermint leaves
150 g of pecorino cheese
6 large spoons of good olive oil

Put the basil leaves, half of the mint leaves, the pecorino cheese chopped in small pieces, 4 spoons of olive oil and one cup of pistachio in the blender and blend it. When it looks like a green creamy sauce, stop, and put it into a large bowl. Take the other cup of pistachio and crush them gently in a mortar with the rest of the mint leaves. Then mix them with the green sauce you have already made.

Boil a large amount of water (this is the secret of a good pasta!) in a pot, salt it and add linguine or spaghetti. Take two or three large spoons of the boiling water and add it to the sauce to make it softer. When the pasta is ready, drain it, and put it in a large recipient where you have already put the sauce. Add some chopped mint leaves and some pistachios for decoration. If you are a Milanese as I am, you can add some freshly grated lemon zest on the top...

A bliss!

P.S. Note also that pistachio is 10 times cheaper than pine nuts, at least in France...

Saturday, April 21, 2012

Se Don Giovanni diventa Berlusconi | Gloria Origgi | Il Fatto Quotidiano

Se Don Giovanni diventa Berlusconi | Gloria Origgi | Il Fatto Quotidiano

Sono andata ieri sera a Parigi a vedere il Don Giovanni, produzione del 2006 dell’Opéra di Parigi, ripresa quest’anno al Théatre de la Bastille con la regia di Michael Haneke, il sulfureo registaaustriaco del film La Pianista.

La scena è glaciale. A un piano alto di un moderno edificio di vetro e acciaio, con una vetrata che si affaccia sui grattacieli vicini, i personaggi entrano ed escono da ascensori con accecanti luci al neon e la vicenda si dispiega sul pianerottolo, davanti alle porte grigie degli appartamenti ai quali non abbiamo mai accesso durante i due atti. Com’è il caso in alcuni edifici newyorkesi di lusso, questo moderno ballatoio con vista ospita qualche tavolino e un frigorifero, dove i personaggi vengono a rifocillarsi tra un’impresa e l’altra.

Don Giovanni, è un trader in vestito blu, camicia e cravatta scura, accompagnato da un Leporello complice, anche lui vestito da Wall Street e chiaramente infatuato del seduttore, che sì va in giro a fare conquiste, ma che alla fine cena in duetto con il servo/amico, un sodalizio gay tra uomini che sì, seducono le donne, ma si amano segretamente tra di loro.

Il fisico imponente del baritono svedese Peter Mattei rende la prima scena degna di un poliziesco americano. Donna Anna esce dalla porta dell’appartamento accapigliandosi con lo sconosciuto per cercare di smascherarlo. Interviene il commendatore che sfida Don Giovanni in duello e viene ucciso. La violenza della scena è già una condanna irreparabile e dà il tono a tutto il seguito.

Incapace di amare, Don Giovanni è una specie di gelido maniaco, che alla maniera del protagonista del film Shame, storia di un sex-addict newyorkese alle prese con i sensi di colpa, si porta a letto una donna dopo l’altra senza nessun piacere. E queste ci stanno non perché sono sedotte, ma perché sono schiacciate dalla relazione di potere con il signore. Come un Berlusconi del bel canto, o uno Strauss-Kahn ringiovanito, Don Giovanni si fa tutte quante perché è ricco, potente e aggressivo: se le porta nel suo freddo appartamento dalla strada, brutte ragazze vestite di jeans e maglietta, intimidite da quell’atmosfera agghiacciante, che ci staranno per qualche centinaio di dollari.

La festa di matrimonio di Masetto e Zerlina, una delle scene più allegre, liberatorie ed erotiche dell’opera, con il motivo delle “Giovinette che fate all’amore che fate all’amore, non lasciate che passi l’età…” diventa una riunione di donne e uomini delle pulizie, per lo più immigrati dall’aria triste e sconfitta, che si ritrovano a spazzare il pianerottolo del seduttore. Zerlina ha i capelli raccolti in una coda di cavallo, occhiali spessi e brutti e indossa uniforme e zoccoli. Non cede al fascino del seduttore, ma alla sua potenza, al suo totale dominio sociale, economico e culturale su di lei e Masetto.

La cena finale di Don Giovanni e Leporello, a base di fagiano e Marzemino, l’ultimo disperato tentativo di Don Giovanni di resistere alla sua ora ormai suonata, la fine che lo insegue nella figura del convitato di pietra è, nell’interpretazione del filosofo Sören Kierkegaard, l’ultima sfida dell’ “uomo estetico” alla morte. Don Giovanni sa che è condannato, sa che la vita passa, che è un’assurda vanitas, ma non si piega, e fieramente invita una banda di musicanti ad assistere al suo ultimo pasto:Già la mensa è preparata/Voi suonate, amici cari/Giacché spendo i miei danari/Io mi voglio divertir.” E invece, nell’interpretazione di Haneke, l’ultima cena è una vaschetta di sushifreddo mangiata sul pianerottolo con Leporello. Davvero qualcuno rimanderebbe l’ultimo istante per succhiarsi qualche sushi in piatti di plastica sul pianerottolo?

Ma che visione è del piacere, della seduzione, pure del peccato? Anche il più moralista dei moralisti sa che si pecca è perché è un gran piacere peccare: quel bicchiere di vino in più cui non sappiamo resistere perché è talmente buono, l’ennesima dieta andata in fumo davanti a un’irresistibile tavolata di amici, l’ennesimo buon proposito di fedeltà tradito da quel sorriso d’intesa…

Opera totale, il Don Giovanni si presta a tutte le interpretazioni. Il tema in re minore dell’ouverture è già anticipazione tragica della fine, come la nascita è anticipazione della morte. Don Giovanni – opera scritta due anni prima della rivoluzione francese – è un misto di inno alla libertà e insieme un’anticipazione del romanticismo, della battaglia estetica contro l’orrido precipizio della fine. Don Giovanni non sa scegliere, non si decide mai, procrastina perdendosi nell’istante e la vita gli sfugge tra le mani, tra burle, risate, fughe rocambolesche e menzogne. Personaggio a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, la sua psicologia è quella dell’eroe (o anti-eroe) romantico, la sua politica quella del libertino. Il sesso, ingrediente-chiave della filosofia libertina, è strumento di liberazione e di vittoria sui rapporti di classe (si ricordi il famoso Catalogo).

E invece, nella morale neo-vittoriana della nostra epoca barbara, dove il libertinismo è diventato pornografia, i rapporti tra uomo e donna gestiti solo dal potere, e dove non c’è spazio per nessun piacere vero che non sia un’inutile corsa a un potere e a un denaro che ci serviranno solamente a trovarci soli in una camera di un Sofitel a guardare un film porno, Don Giovanni non gode, non ama, non vive, se ne sta sul suo pianerottolo, è punito perché è un porco di cui non abbiamo nessuna pietà e nessun rimpianto.

Sono uscita con una grande tristezza, e un’assurda, romantica, sensazione di rimpianto per un’era perduta, forse mai esistita, un’era in cui il sesso, l’amore e il piacere erano strumenti di liberazione e non di dominio e di potere, in cui fuori dalle convenzioni non c’era solo perdizione e punizione, ma c’era, forse, libertà, come recita il nostro eterno alter-ego alla fine del primo atto: “Venite pure avanti, è aperto a tutti quanti, viva la libertà!”

Tuesday, April 10, 2012

L’Ottimista | Gloria Origgi | Il Fatto Quotidiano

L’Ottimista | Gloria Origgi | Il Fatto Quotidiano




Vorrei proporre un’iniziativa al direttore di questo giornale: una rubrica intitolata L’Ottimista e dedicata ogni giorno a una buona notizia! La crisi catalizza l’attenzione, le paure di catastrofi future bloccano la creatività, le società s’irrigidiscono, le porte si chiudono, le tasche si cuciono proprio nel momento in cui, non avendo certezza del domani, dovremmo cercare le soluzioni più creative, azzardate. Tanto che c’è da perdere?
Vendere l’automobile per pagarsi finalmente quel corso di cinese che da tempo si voleva fare, follia? Chissà: magari l’inizio di una vita più ecologica e di un ricco business con l’estremo oriente…
Eppure l’ottimismo non incontra sempre simpatie: ha qualcosa di thatcheriano, di reaganiano, di sorriso all’americana con troppi denti di quello che ti dice: “I’m feeling lucky, and if you don’t, it’s your fault”. L’ottimismo sa di visione della vita muscolare, dove l’iniziativa personale diventa l’unica salvezza, e chi non ha immaginazione non ha scampo. Il pessimismo è invece spirito critico, è disincanto: è sapere che anche quando ti raccontano che le cose vanno bene, in realtà vanno male…Insomma, l’ottimismo è ingenuo e stupido. Ma dato che nessuno ci racconta più che le cose vanno bene e che quindi non ci vogliono maestri del sospetto per svelare la verità - ossia che le cose vanno malissimo - forse è il momento di credere un po’ più in noi stessi e provare a immaginarci quale mondo migliore siamo capaci di costruire.
Ecco qualche esempio.
Un designer israeliano quarantunenne, padre di famiglia, stufo delle minacce incombenti sul futuro di un possibile bombardamento dell’Iran da parte di Israele, ha cominciato a diffondere su Facebook e su YouTube manifesti con su scritto: “Iranians, We Love You: We Will Never Bomb Your Country”: http://www.youtube.com/watch?v=mYjuUoEivbE
L’iniziativa ha avuto un enorme successo: i manifesti girano per tutto il mondo, i cittadini iraniani hanno cominciato a rispondere con altrettanti manifesti: “Israelis we love you”. La notizia è stata ripresa dalla CNN, dai siti più di tendenza americani come: http://www.3quarksdaily.com/3quarksdaily/2012/03/the-israel-iran-love-affair-on-facebook.html , insomma, un successo, e una voce che i governanti non potranno ignorare quando dovranno prendere le decisioni cruciali.
Oppure, restiamo in Italia. A Sambuca di Sicilia, meravigliosa cittadina della provincia di Agrigento, esisteva la tradizione nell’Ottocento, per la festa di Santa Maria dell’Udienza, di illuminare l’elegante corso principale di “un’illuminazione fantastica alla Veneziana, con 7800 palloncini e bicchieri di vetro di svariate forme e colori ritirati appositamente dall’antica e premiata fabbrica di Murano”, come recita il manifesto affisso nelle strade nel 1899 per annunciare la festa.  Il corso Maggiore si presentava così come “una vasta galleria di un aspetto sorprendente, adorna di 24 archi, 60 candelabri di diverse e bizzarre forme e di una bellissima ed artistica fontana luminosa”. Della tradizione, a poco a poco dimenticata, rimaneva qualche traccia in vecchi magazzini della città: pilastri impilati ricoperti di polvere, vetri rotti, e sempre meno abitanti che ne conservavano un ricordo personale. Così, un gruppo di fieri ed entusiasti sambucesi (così si chiamano gli abitanti di Sambuca) ha lanciato un appello e un gruppo su Facebook: Salviamo l’illuminazione alla Veneziana: http://www.facebook.com/groups/213638325375364/photos/ chiedendo sostegno, materiale, morale, economico etc., per rimettere in sesto questa vecchia gloria della città. E il miracolo è avvenuto. Su Facebook si possono vedere le foto di decine di volontari al lavoro, che hanno ripristinato le vecchie gallerie, soffiato il vetro, rimesso in sesto per la pura gioia di ammirarlo nella loro città, un patrimonio culturale italiano. Quest’anno, a maggio, per la festa della Madonna dell’Udienza, i cittadini e tutti quelli che ne hanno voglia, potranno ammirare questo piccolo gioiello siciliano. Bello, no? Perché non provarci? Perché non provare a crederci e a scegliere un mondo migliore?
Va bene, per oggi ho già trovato due buone notizie. Aspetto suggerimenti e, con un po’ di ottimismo, incoraggiamenti.

Thursday, March 29, 2012

La rivoluzione è nuda | Gloria Origgi | Il Fatto Quotidiano


Aliaa Magda Elmahdy è una studentessa egiziana. Per protestare contro l’oppressione del nuovo regime egiziano sui corpi e sulla voce delle donne, ha messo su Twitter una foto che la ritrae nuda (#NudePhotoRevolutionary), senza nessuna oscenità, ostentando un corpo che c’è, esiste, e non può essere negato da nessun regime e da nessuna religione. La spiegazione della sua azione è limpida. Aliaa descrive la sua azione come un “grido contro una società violenta, razzista, sessista e ipocrita” protesta contro un regime oppressivo, in cui la polizia della morale religiosa abusa del suo potere in continuazione. Vale la pena di riportare la dichiarazione che accompagnava la sua prima foto nuda sul Web: “Processate i modelli che posavano nudi nelle scuole d’arte, nascondete i libri d’arte, distruggete le statue di nudi antichi, poi spogliatevi e guardatevi allo specchio: bruciate il vostro corpo, il corpo che disprezzate, per liberarvi per sempre della vostra appartenenza a un sesso per infine dirigere la vostra umiliazione e il vostro sciovinismo contro di me e osare negarmi la libertà di esprimermi”.





Aliaa è stata processata e rischia ottanta frustate. Ma il suo atto non è rimasto inascoltato, e la militante per i diritti umani, Maryam Namazie ha creato un calendario di nudi rivoluzionari: Nude Photo Revolutionary Calendar che si può acquistare o direttamente scaricare dal Web, dove ha invitato scrittrici, intellettuali, politiche e militanti a sostenere l’atto di Aliaa posando nude per il calendario. Artiste, pubblicitarie, intellettuali di paesi diversi come la Polonia, la Danimarca, gli Stati Uniti, hanno posato nude in sostegno ad Aliaa. La foto della stessa Maryam Namazie, che accompagna il mese di novembre, porta la scritta: “Il mio corpo non è osceno. Osceno è velarlo!”

Come scrivevo in un altro post dedicato alla rivoluzione egiziana, le rivoluzioni si fanno prima di tutto con il corpo: i regimi si spezzano con il corpo, invadendo le strade, trasgredendo i costumi e le etichette che regolano l’uso del corpo. Dai monaci tibetani (o gli impiegati italiani) che si danno fuoco in segno di protesta, ai nudi egiziani, non dimentichiamo che alla fine il potere, quale che sia e dovunque sia, si legittima tramite il controllo dei nostri corpi: cosa mangiamo, come ci vestiamo, come e quando possiamo nascere e morire, dove e come ci possiamo spostare…

L’atto di Aliaa mostra come il corpo femminile, così bistrattato, desiderato e insieme odiato, deformato in caricatura indecente nell’Italia berlusconiana, negato e desessualizzato nelle società religiose, ma anche nell’America neo-vittoriana del capitalismo integralista, è ancora al centro di censure e trasgressioni, come se solo da lì, dalla liberazione da quella relazione di potere fondamentale che esiste tra uomo e donna, possa nascere una società veramente nuova.


Saturday, March 10, 2012

Predictions Conference - Paris 16 and 17 March

Is it possible to predict the future?



We organize a conference on Predictions online and in Paris. Join the debate online at: www.interdisciplines.org

The conference will take place at CERI-Sciences Po (on the 16th, 56, rue Jacob) and at ENS (on the 17th, 46, rue d'Ulm).

The conference is organized sponsored by CERI Sciences Po in cooperation with Ecole Normale Supérieure – Institut Jean Nicod. It benefits from the financial support of Institut Jean Nicod, the French Ministry of Defense, the Alliance Program (Columbia-Sciences Po), the CERI (Sciences Po).



Monday, January 30, 2012

Intervista a Tony Kushner


Tony Kushner ha ricevuto qualche giorno fa il Premio PUFFIN/NATION For Creative Citizenship che premia un artista il cui lavoro abbia una dimensione militante e di impatto sulla società e sulla politica. Chi meglio di Kushner, che da 30 anni è l'anima dei suoi tempi, lo sguardo critico della società americana e della modernità tout court? L'ho intervistato a New York dopo aver visto il suo ultimo, bellissimo lavoro teatrale, The Intelligent Homosexual Guide to Capitalism, Socialism with a Key to the Scriptures.


Che l’aria dei tempi risvegli spettri socialisti anche nel cuore dell’impero capitalista, gli Stati Uniti? C’è da chiederselo, da quando le ripetute crisi finanziarie sconvolgono la vita dei normali cittadini di Grecia, Islanda, Irlanda, Stati Uniti, Italia … nel nome del mercato, dei tassi d’interesse, del debito pubblico e delle agenzie di rating: il generale De Gaulle, non certo un uomo di sinistra, aveva visto sbagliato quando aveva detto seccato: “La politique de la France ne se fait pas à la corbeille”, ossia, la politica della Francia non si fa alla Borsa: la politica oggi si fa alla Borsa, o alle Banche Centrali: gli Stati si piegano a politiche di tutti i tipi, promettono riforme e cure di austerità per rassicurare i fantomatici “mercati” che travolgono i loro titoli in operazioni di speculazione che non hanno più niente a che fare con l’economia reale. Chi ha scelto questo mondo? Chi ha scelto questa economia? Nessuno ha votato il sistema dell’indebitamento pubblico, che è passato in 30 anni negli Stati Uniti e in Europa da una media del 25% del PIL nazionale a più del 70%. Perché dobbiamo riconoscerci in un mondo economico che non capiamo più, per cui non abbiamo votato e che non ci rispetta più? La sinistra liberal si limita a corregere i conti della destra e non si sogna di mettere in questione il fondamento del sistema economico contemporaneo. Ma c’è un’eredità del marxismo storico che i politici non vedono più, ossia: la coscienza: oggi forse non si parla più di coscienza di classe. Ma la coscienza di chi si è, il riconoscere il proprio ruolo nella società è essenziale perche la nostra vita sociale abbia senso. Non ci riconosciamo più nel mondo governato da meccanismi che non capiamo, non sappiamo più qual è il nostro posto.

Più o meno così mi dice Tony Kushner al telefono da New York. Kushner non è solo un intellettuale e un drammaturgo raffinato. E’ un interprete dei suoi tempi. La sua opera teatrale è lo specchio delle ansie, dei drammi collettivi delle ultime decadi. Nel 1993 vinse il premio Pulitzer per Angels in America: A Gay Fantasia on National Themes, sul flagello dell’AIDS nell’America reaganiana. Ebreo newyorkese, Kushner ha criticato spesso la politica di Israele nei confronti della Palestina, tanto da vedersi rifiutato all’ultimo minuto il dottorato honoris causa offertogli dall’università di CUNY a New York sotto la pressione della comunità ebraica. La cosa creò talmente scandalo questa primavera, che infine Cuny gli diede il titolo. Intervistato dopo la cerimonia, Kushner disse che mai un titolo di studio era stato così difficile da ottenere!

Oggi è in scena a New York la sua nuova creazione teatrale, The Intelligent Homosexual Guide to Capitalism and Socialism, with a key to the Scriptures. Il titolo è una doppia citazione del celebre pamphlet di George Bernard Shaw: The Intelligent Woman’s Guide to Socialism and Capitalism, scritto nel 1927, e di un libro meno conosciuto, ma che fu alla sua epoca uno dei più grandi best-sellers mai pubblicati, ossia il libro misticizzante di Mary Baker Eddy, Science and Health with a Key to the Scriptures, pubblicato nel 1875, una specie di manuale di self-help dell’epoca, con uno stile New Age ante litteram.

E’ la storia di un vecchio anarchico di origine italiana, Gus Marcantonio, iscritto al CPUSA, il partito comunista americano, che convoca i suoi tre figli nella sua casa di Brooklyn perché ha deciso di suicidarsi. Marcantonio non si riconosce più in questo mondo, si sente inutile, superato. Dopo una vita da operaio militante, tutto ciò che gli resta sono i suoi tre figli e la casa che, nel delirio del mercato immobiliare newyorkese degli ultimi anni, ha decuplicato di valore. Dato che conosce i problemi economici di ciascuno dei figli, la sua scelta è un modo di rendersi utile, lasciando in eredità la casa. La scena si svolge principalmente nella sala da pranzo della casa di famiglia, con Marcantonio, i tre figli, i compagni e gli ex-compagni dei figli, la zia suora laica…Tra politica, omosessualità ed eutanasia, la conversazione pian piano si colora, trasformandosi in un affresco dei tempi: dalla crisi finanziaria all’individualismo insano che ha rimosso qualsiasi senso di comunità dalla società americana. Ho chiesto a Tony Kushner di parlarmi di quest’aria dei tempi:

G.O. I tuoi lavori sono spesso il riflesso dell’era in cui viviamo. Mi chiedevo se avessi cominciato a lavorare a “The Intelligent Homosexual Guide” prima o dopo la crisi economica del 2008.

T.K. Ho dei periodi di gestazione molto lunga dei miei lavori teatrali. Ci ho messo più di dieci anni a scrivere Angels in America. The Intelligent Homosexual Guide l’avevo cominciato nel 2006, pensando a un romanzo più che a un’opera teatrale. Poi, nel 2007, mi sono reso conto che i dialoghi erano così lunghi che si adattava meglio al teatro. E’ stata concepita dunque prima della crisi, ma è andata in scena dopo, e ho dovuto adattare alcune parti dopo il collasso dell’economia. Certamente, i sintomi della crisi erano già tutti là: le fantasie sfrenate della magia del libero mercato: il concetto stesso di mercato “libero” è un nonsenso: l’economia è ciclica, la gente fa ben poche scelte, è trascinata in basso o in alto da forze che non controlla. Le teorie di economia politica dominanti negli States negli ultimi due decenni, sono state puro delirio, un ultraliberalismo che ha ridotto ai minimi termini uno Stato già inesistente, senza pensare che lo Stato non è solo un erogatore di servizi, ma un bene comune, una comunità di pari. Invece le differenze economiche e sociali non si sono mai così accentuate. Siamo vissuti in una sacralizzazione psicotica del concetto di individuo contro quello di collettivo. Ma se non hai una comunità, una classe che ti riconosce, sei semplicemente rimosso dalla storia.

G.O. E’ una considerazione molto marxista. Ti consideri un socialista?

Non lo so esattamente. Mi sono sempre considerato un liberal di sinistra. Da giovane ho militato in movimenti contro la guerra del Vietnam e contro la politica americana in Israele. Il socialismo e il comunismo non sono opzioni possibili negli Stati Uniti, come lo sono state in Europa e in altre regioni del mondo. Se chiedi a qualcuno per strada cosa vuol dire “Comunismo”, ti risponde che vuol dire “Dittatura”. Eppure, la reazione del governo americano durante la crisi del 2008, è stata una reazione socialista: lo stato ha pagato miliardi per salvare le banche. In America abbiamo oggi il peggio del socialismo (l’intervento pubblico in difesa di un’economia falsa e malata) e il peggio del capitalismo (un pensiero selvaggio di auto-preservazione egoista contro qualsiasi logica sociale e collettiva).

Sono convinto però che oggi abbiamo bisogno di alcuni concetti marxisti. Per esempio, l’idea di egemonia culturale del vostro Antonio Gramsci non è mai stata così attuale, perché si applica alle nostre democrazie. Gramsci parla di egemonia culturale quando una classe sociale riesce a dominare una società culturalmente differenziata e imporre un paradigma unico di pensiero, di valori e di cultura che diventa pian piano una norma sociale o una lente indispensabile per leggere il mondo, ossia, un’ideologia dominante che non ci permette più di guardare il mondo con occhi diversi. Mai più di ora, con la fine delle grandi opposizioni ideologiche tra Est e Ovest, ci sentiamo prigionieri di un pensiero dominante dal quale non si può più uscire, come se fosse una necessità naturale: il libero mercato. Gramsci è attuale, perché il risveglio passerà per la presa di coscienza che il mondo descritto dal libero mercato, con quegli individui egoisti, affaristi e perennemente interessati, non è l’unico mondo possibile: in quell’umanità schiava della propria logica di accumulazione, noi non ci riconosciamo più. Gli intellettuali oggi devono dare voce a quell’assenza di riconoscimento: come diceva Gramsci, devono essere “organici”, saper parlare delle ansie collettive, delle rabbie, delle insofferenze che la cultura dominante nasconde. E’ quello che cerco di fare nel mio lavoro.

G.O. Gramsci è italiano. Anche il protagonista di The Intelligent Homosexual Guide è di origine italiana…

Infatti. L’italia ha avuto una storia di pensiero politico molto più interessante di quel che si conosce normalmente negli Stati Uniti. L’emigrazione italiana della fine del XIX secolo non ha generato solo Mafia e padrini, come Hollywood ci ha insegnato a credere. Parte degli emigranti italiani erano anarchici, e portarono in America idee nuove e progressiste. Il fascino dell’anarchia rispetto al comunismo è che difende l’autonomia dei soggetti. Quel che cerchiamo oggi è un mondo di individui autonomi e responsabili, che siano padroni delle proprie scelte e non schiacciati dalle forze della storia, dell’economia e delle egemonie culturali. Il padre di Gus Marcantonio nella mia opera, è un anarchico italiano del gruppo di Paterson, in New Jersey. Gli italiani a Paterson erano quasi tutti lavoratori del tessile, data la florida industria della seta nella cittadina del New Jersey. Anarchici convinti, portarono in America le idee di Errico Malatesta, di Kropotkin e di Bakunin. Fondarono una rivista importante, La questione sociale, di cui Gaetano Bresci, l’uccisore di Umberto I, anch’egli anarchico emigrato a Paterson dalla Toscana, fu uno dei principali animatori. Nella storia, mi immagino alla fine che tra le eredità che lascia Gus Marcantonio, c’è una valigia, nascosta nel muro della casa: la valigia, dimenticata per gran parte della scena, sulla tavola, tra discussioni infinite della famiglia, contiene lo stemma del Partito Comunista Americano, bandierine, copie dei primi del Novecento della rivista La Questione Sociale, e la pistola, usata da Gaetano Bresci per uccidere il re d’Italia. Anche se non andò proprio così, è vero che Bresci fu mandato a compiere il regicidio dal gruppo di anarchici di Paterson, che gli pagarono il viaggio ed erano d’accordo con l’operazione. Mi sono immaginato quella valigia come un’eredità di ideali del padre, ormai chiusi in un muro il cui unico valore è il suo costo al metro quadrato.

G.O. Perché il riferimento a George Bernard Shaw nel titolo?

Beh, dopo questa conversazione dovrebbe essere ovvio: Shaw è stato uno dei grandi critici del capitalismo, il suo The Intelligent Women’s Guide to Socialism è un pamphlet di un “socialista anti-sociale”, come si definiva lui, in cui la condanna al capitalismo come fonte massima di ingiustizia sociale e di intolleranza tra i popoli è espressa in modo più evidente. Noi ci siamo bevuti troppo a lungo l’ideologia secondo la quale il libero mercato creava libertà globale, nuove opportunità do scambio e di incontro. Il libero mercato ha creato differenze socio-economiche enormi tra i cittadini di uno stesso paese e tra paesi, e una guerra strisciante e permanente tra potenze economiche. Shaw denunciava tutto ciò nel 1928, e denunciava anche i rischi di correzione del sistema capitalistico in chiave autoritaria. In questo fu profetico.

A proposito di profeti, due dei personaggi del tuo dramma sono religiosi…I compagni omosessuali di due dei figli, sono entrambi predicatori cristiani Perché il riferimento alla religione, alle Scritture, al libro di Mary Baker Eddy?

Perché è una storia di spettri del passato, di suicidio come ultima dimensione che dia senso alla vita, di bisogno insomma di immaterialità in una società crassa, ubriaca e sommersa dal materialismo. La valigia di Marcantonio nel muro, con i parafernalia del Partito Comunista, è uno spettro, così come la valigia che entra in scena alla fine del dramma, piena dei medicinali che Marcantonio forse userà (ma la storia non lo dice) per la sua eutanasia: lo spettro della morte, di una morte assunta come scelta. Mary Baker parlava di dialettica tra materiale e immateriale nel suo libro. Anche Hegel parlava di dialettica tra materia ed essenza. Ho cercato di evocare questo disperato bisogno di immateriale che la religione non esaurisce assolutamente, ma di cui la religiosità forsennata di questi anni è un’espressione. C’è immaterialità nella cultura, nelle idee, nelle tradizioni, nell’empatia, nell’amore. C’è immaterialità anche nella morte, e nella scelta di morire, come ultimo gesto di libertà, di sospensione dalla macchina materiale che ci assoggetta.