Follow by Email

Tuesday, May 29, 2012

What is the Ultimate Taste?

Slides presented at the workshop: The Taste of Wine: Its History and Philosophy held in Paris, Institut Nicod, on May, 25th. See the programme: http://www.tastings.fr/event/2012_taste-of-wine.php?lang=fr

Sunday, May 20, 2012

Se Aristotele fa l'indiano

Copyright Il Sole 24 Ore. This article has been published on the cultural supplement of Il Sole 24 Ore on May 20th 2012. All rights reserved. Do not quote without permission.




Invitato per un ciclo di conferenze settimana scorsa a Parigi, Galen Strawson, British Philosopher appartenente alla tradizione più genuinamente analitica, autore di monografie su metafisica e causalità, figlio dell’ancora più analitico Peter Strawson, insomma, il non plus ultra del filosofo canonico anglosassone, decide di parlare di “Coscienza, fosforescenza e svaprakaasa”. Cos’è?

L’incipit del discorso lascia il pubblico stupito e impreparato: “Aristotele, Dharmakirti, Dignaga, Cartesio e Locke avevano ragione: la coscienza comporta la coscienza di essere coscienti”. L’affermazione è banale: è il punto di partenza, di dibattiti infiniti sul regresso altrettanto infinito degli argomenti sulla coscienza. Insomma, il contenuto è il solito, ma il packaging è quello del nuovo millennio: e chi aveva mai sentito infatti un filosofo al centro dell’Impero Occidentale citare nomi delle tradizioni filosofiche delle sue ex-colonie?

In realtà, l’India tra il quinto e il settimo secolo, quando fiorisce la scuola buddista di Dignaga e del suo principale commentatore, Dharmakirti, è tutto tranne che una colonia: è una cultura complessa e matura, in cui si sfidano tradizioni di pensiero, come il buddismo e l’induismo. Durante quella che è considerata l’età d’oro della filosofia indiana, si compie, grazie agli autori citati da Strawson, una vera svolta epistemologica, grazie alla quale l’attenzione si sposta dalle questioni strettamente religiose e metafisiche, alla comprensione di cosa costituisce una forma valida di cognizione o pramana. La svolta epistemologica di Dignaga non è però sufficiente a creare un ponte con la filosofia occidentale. Per semplificare al massimo, il più grande divario tra la filosofia orientale e quella occidentale è la separazione ossessiva, nella nostra tradizione, tra io e mondo, tra soggettivo e oggettivo, natura e cultura, coscienza e materia inerte, laddove la filosofia orientale non separa i due piani, rappresentando invece il nostro rapporto col mondo come circolare invece che verticale: non osserviamo dall’alto un mondo inerte: ne siamo parte, e circolarmente lo percorriamo e ne siamo attraversati.

Il svaprakaasa, menzionato nel titolo della conferenza di Strawson, è la coscienza come fosforescenza, uno stato dell’essere che ha una luminosità speciale: illuminandosi illumina le cose intorno a sé e, viceversa, per far luce sulle cose intorno a sé, fa luce su sé stesso. La coscienza così intesa è una proprietà delle cose tutte, non limitata ai soggetti. Ogni cosa può “riflettere” in questo senso la luce di un intelletto che la pensa.

Strawson, come David Chalmers, difende una posizione anti-riduzionista sulla coscienza, con un tocco di new age, per cui la materia e le cose tutte potrebbero essere potenzialmente coscienti. Ma nella sconfinata bibliografia di David Chalmers dedicata alla coscienza non c’è nemmeno una menzione di filosofi indiani. Ciò che è radicalmente nuovo è inserire nel cuore del canone occidentale lo svaprakaasa, il pramana e altri concetti affini.

Cosa stupisce tanto di quest’operazione intellettuale? In primo luogo, la sua formidabile ingenuità. Nessun filosofo sgamato post-moderno, che sa che il mondo è socialmente costruito, avrebbe osato importare così acriticamente nozioni che vengono da un mondo politico e culturale lontano nel tempo e nello spazio. Il post-moderno ammonisce: non esistono i concetti in quanto tali che, come prodotti di consumo, si possono trasportare da una realtà all’altra!

Eppure l’ingenuità di Strawson ha il vantaggio di portare alla ribalta un linguaggio che, nel contesto del dibattito dominante, non ci era familiare. Certo, nell’era di Wikipedia è più facile familiarizzarsi con lo svaprakaasa e forse banalizzarlo, e postmoderni e specialisti di filosofia indiana inorridiranno davanti a simili semplificazioni. Ma se la filosofia occidentale non vuole asfissiare, se vuole togliersi quel centralismo che nell’era globale non è altro che provincialismo, forse fa meglio a non imbarcarsi in interpretazioni e disvelamenti di quel che davvero vogliono dire i pensatori di altre tradizioni, ma assumere il loro bagaglio di nozioni, come si dice, at its face value: così come sono, magari banalizzandole, tradendole, ma facendo lo sforzo di allargare il proprio dizionario filosofico nella direzione del mondo di domani. Puro politically correct? Può darsi, ma le parole sono importanti, e quel che diventa lecito dire e non dire cambia il corso del pensiero. Dignaga insieme ad Aristotele, pur banalizzato, storpiato, malinteso, è un passo avanti per comprendere i problemi di sempre con lo sguardo nuovo di un pensiero globale.

Forse il realismo ingenuo del filosofo analitico, che prende i concetti così come sono, senza cercare di disvelarne la segreta natura di dispositivi di dominazione, è l’atteggiamento giusto per ripensare la filosofia in chiave globale, rispettando l’integrità di quei prodotti fragili che sono le idee filosofiche ed aiutandoci, anche eticamente, a comprendere che le questioni che tormentano i pensatori di tutto il mondo da sempre sono più simili di quanto avevamo creduto.


Sul tema della filosofia globale, avevo organizzato una conferenza a New York nel 2011, all'Istituto Italiano di Cultura : Global Humanities. Il dibattito era su temi affini, e in generale, su come le scienze umane, così radicate in tradizioni e valori locali, possano globalizzarsi. Gli archivi del dibattito con tutti i testi presentati sono disponibili online a: http://www.interdisciplines.org/conferences/Global-Humanities


    

Thursday, May 03, 2012

Quand Don Giovanni devient DSK...



Traduction française par Laurence Dahan de l’article paru dans le quotidien italien IL FATTO : http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/giovanni-diventa-berlusconi/206025/

Je suis allée voir Don Giovanni, production de 2006 de l’Opéra de Paris, reprise cette année à l’Opéra Bastille, mise en scène par Mickael Haneke, le sulfureux réalisateur autrichien du film  La Pianiste.
La scène est glaciale. A un étage élevé d’un bâtiment  moderne en verre et acier, des baies vitrées  donnent sur des gratte-ciels voisins. Les personnages entrent et sortent des ascenseurs éclairés par des néons aveuglants. L’histoire se déroule sur le palier d’un étage élévé devant les portes grises d’appartements auxquels nous n’avons pas d'accès durant les deux actes.

Comme c’est le cas dans certains luxueux immeubles newyorkais, ce grand palier avec vue héberge  quelques tables et un frigidaire, où les personnages viennent se restaurer de temps à autres.
Don Giovanni est un trader en costume bleu foncé, chemise et cravate de couleur sombre, accompagné d’un Leporello complice, lui aussi habillé comme dans le film Wall Street et clairement entiché du séducteur, qui s’en va faire des conquêtes féminines mais à la fin dîne en tête à tête avec son ami/ serviteur, une amitié gay entre deux hommes qui, bien que séduisant les femmes, s’aiment secrètement.

Le physique imposant du baryton suédois Peter Mattei rend la première scène digne d’un policier américain. Donna Anna sort de la porte d’un appartement se disputant avec un inconnu qu’elle tente de démasquer. Le commandeur intervient et défie en duel Don Giovanni qui le tue. La violence de la scène est déjà une condamnation irréparable et donne le ton à toute la suite.

Incapable d’aimer, Don Giovanni est une espèce de maniaque glacial qui - comme dans le film Shame  où le personnage principal est un sex-addict newyorkais tourmenté par la culpabilité - couche avec des femmes sans en éprouver aucun plaisir, et celles-ci ne sont pas séduites par lui mais juste écrasées par la relation de pouvoir qui s’établit entre eux. Comme un Berlusconi du bel canto, ou un Strauss-Kahn rajeuni, Don Giovanni réussit à avoir toutes ces femmes car il est riche, puissant et agressif. Il couche avec elles dans son appartement froid à un étage élevé : des filles laides défilent en jeans et tee-shirt, intimidées par cette atmosphère terrifiante, et accepteront l’affaire pour quelques centaines de dollars.
Le mariage de Masetto et Zerlina est l’une des scènes les plus joyeuses, libératoires et érotiques de cette opéra, avec  le thème des «Giovinette che fate l’amore che fate l’amore, non lasciate che passi l’età…». Chez Haneke, il devient une réunion de femmes et d’hommes de ménage, la plupart immigrés avec l’air triste et défait, qui se retrouvent à balayer le palier du séducteur. Zerlina est coiffée d’une queue de cheval, porte de grosses lunettes laides et est habillée d’une uniforme de ménage et de sabots. Elle ne cède pas au charme du séducteur, mais à sa puissance, à sa totale domination sociale, économique et culturelle sur elle et sur Masetto.

Le diner final de Don Giovanni et Leporello à base de faisan et de vin Marzemino, la dernière tentative désespérée de Don Giovanni de résister à son heure qui a sonné - la fin qui le poursuit dans le rôle du commandeur - est, dans l’interprétation du philosophe Sören Kierkegaard, le dernier défi  de l’  «homme esthétique» contre la mort. Don Giovanni sait qu’il est condamné, sait que la vie passe, que ce n’est une absurde vanitas, mais il ne se plie pas et invite fièrement une bande de musiciens à assister à son dernier repas : « Già la mensa è servita/ Voi suonate, amici cari/ giache spendo i miei danari/ io mi voglio divertir .  Au contraire, dans l’interprétation de Haneke, le dernier diner est une barquette de sushi froid mangée sur le palier avec Leporello. Vraiment quelqu’un repousserait-il sa dernière heure pour avaler des sushis servis sur une assiette en plastique sur le palier ?

Mais quelle est cette vision du plaisir, de la séduction, et aussi du pécher ? Même le plus grand des moralistes sait que l’on péche  parce que pécher est un grand plaisir : un verre de vin en plus auquel on ne sait résister parce qu’il est tellement bon, l’énième régime que l’on laisse tomber à la vue d’ un irrésistible diner entre amis, l’énième promesse de fidélité trahit par ce sourire complice….

Don Giovanni est une ouvre totale qui se prête à toutes les interprétations. Le thème en ré mineur de l’ouverture annonce déjà la fin tragique, comme la naissance est une anticipation de la mort. Don Giovanni, œuvre écrite deux ans avant la Révolution Française, est  à la fois un hymne à la liberté et une avancée vers le romantisme, vers la bataille esthétique contre l’effroyable précipice de la fin. Don Giovanni ne sait pas choisir, ne se décide jamais, temporise en se perdant dans l’instant et la vie lui glisse entre les mains, entre plaisanteries, rires, fuites rocambolesques et mensonges. Personnage à cheval entre le  dix-septième et le dix-huitième siècle, sa psychologie est celle d’un héros romantique, sa politique est celle d’un libertin. Le sexe, élément-clef de la philosophie libertine, est instrument de libération et de victoire sur les rapports de classe (on se souvient du célèbre Catalogue).

Et pourtant, selon la morale neo-victorienne de notre époque barbare, où le libertinisme est devenu pornographie, les relations hommes-femmes gérées seulement par le pouvoir, et où il n’y a pas de place pour aucun vrai plaisir qui ne soit une course inutile vers le pouvoir et l’argent qui nous  serviront uniquement à nous retrouver seuls dans une chambre d’un Sofitel  à regarder un film porno, Don Giovanni ne jouit pas, n’aime pas, ne vit pas, et reste sur son palier. Il est puni car il est un monstre pervers pour lequel nous avons aucune pitié et aucun regret.

Je suis sortie remplie d’une grande tristesse et d’une absurde sensation romantique de regret d’une époque perdue, qui n’a peut être jamais existé, une époque où le sexe, l’amour et le plaisir étaient  des vecteurs de libération et non pas de domination et de pouvoir. Une époque où en dehors des conventions il n’y avait pas seulement perdition et punition, mais il y avait peut être la liberté,  comme le dit notre éternel alter-ego à la fin du premier acte : « Venite pure avanti, é aperto a tutti quanti, viva la libertà ! »


Don Giovanni - Présentation vidéo