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Monday, December 02, 2013

Intervista a Edmund White. Micromega 28/11/2013

Qui pubblico un estratto dell'intervista pubblicata su Micromega con Edmund White, scrittore, militante gay, erudito autore di biografie letterarie e squisito collega ed amico a Columbia University.




Si sa che a New York può succedere di tutto, anche di avere come collega e “compagno di banco” all’Italian Academy della Columbia University uno dei più grandi scrittori viventi, Edmund White, mostro sacro della letteratura americana, vincitore in settembre del premio Francia-America, per il suo nuovo romanzo Jack Holmes and his Friend (Bloomsbury, 2013). Celeberrimo per il suo racconto autobiografico, Un giovane americano, uscito negli Anni Ottanta, White fu il primo scrittore americano a fare un vero “coming out” sulla sua esperienza omosessuale. Ma White è molto più di un’icona della letteratura gay: lettore instancabile, ha dedicato gran parte del suo lavoro ai grandi maestri della letteratura del Novecento, scrivendo un’imponente biografia di Jean Genet e altri libri biografici su Proust e Rimbaud. Nato nel Middle West, White ha vissuto a New York, Parigi, Roma, facendo il giornalista, l’editore, ogni tanto l’accademico, un uomo con un’inesauribile curiosità intellettuale che ha l’aria di qualcuno che non si ferma mai. E’ anche il grande scrittore dell’ “auto-fiction” americana, un genere letterario più tipicamente francese che White ha declinato con estrema ironia, alternando racconti autobiografici a vere e proprie “confessioni” di vita, giocando sul doppio filo della vita romanzata e del romanzo della vita. Le sue confessioni irriverenti spesso travolgono amici e conoscenti, che si ritrovano nel grande teatro letterario di White messi a nudo con vizi e debolezze. Il libro in uscita in febbraio sui suoi anni parigini, Inside a Pearl (Bloomsbury, 2014) si annuncia piccante e scomodo: non farà piacere a tutti di ritrovarsi tra le pagine candide e pungenti di quest’uomo di settantatre anni, sieropositivo e reduce da due infarti, con un passato da libertino e uno sguardo ingenuo sul futuro da bravo ragazzo del Middle West…
Ci incontriamo all’Italian Academy, un’istituzione italiana, forse l’unica al mondo, che prende sul serio gli studiosi del nostro paese. Si sa che il problema principale degli italiani è che sono i primi a non prendersi sul serio. Eppure qui, grazie al tocco magico di un direttore italofilo, cosmopolita e poliglotto – lo storico dell’arte David Freedberg – un gruppo di “scholars” di casa nostra o di altre nazionalità con una ricerca specifica sull’Italia, viene selezionato da un comitato accademico internazionale per confrontarsi per qualche mese con i mostri sacri dell’accademia e della cultura americana. E pure noi siamo costretti qui a prenderci sul serio. White è uno dei fellows di quest’anno, perché lavora a un libro su Lorenzo Da Ponte, librettista di Mozart, ma non solo, ebreo di nascita e poi prete cattolico spretato, libertino e amico di Casanova e infine primo professore di italiano proprio a Columbia University. Un altro spirito instancabile che, come White, attraversa epoche e continenti con entusiasmo di vivere, serietà e un’irresistibile bravura nel non prendersi troppo sul serio che solo la libertà di pensiero può dare.

Gloria Origgi: Sono una tua ammiratrice da tempo, un po’ perché amo l’autobiografia come genere letterario e tu hai scritto molti libri autobiografici, e poi perché tu scrivi del mondo letterario, dei mostri sacri della cultura e dell’industria culturale mondiale, hai uno sguardo insieme ammirato e cinico nei confronti della grande letteratura del cosiddetto “canone”. C’è una frase che mi ha colpito nel tuo libro A City Boy. A un certo punto dici che un giorno capisti che la grande letteratura in fondo non è altro che un ennesimo prodotto di marketing. Cosa ne pensi oggi, quando ormai è chiaro che tu sei uno dei “grandi”? Esiste ancora la grande letteratura?

Edmund White: Beh, non penso la grande letteratura sia semplicemente una costruzione culturale, però sono convinto che c’è un’interessante sociologia da fare sul fenomeno della cultura alta, e su come si crea una reputazione, un tema che ti interessa particolarmente! Avendo vissuto vicino a persone molto famose, come Susan Sontag, ho imparato a osservare le loro strategie. Susan faceva sempre la mossa giusta per accumulare ancora più celebrità di quella che aveva. Era davvero una stratega della reputazione. Per esempio, mi ricordo un episodio del 1981. Premetto che gli intellettuali di sinistra americani furono tra gli ultimi a riconoscere la crudeltà del regime sovietico. La mia spiegazione è che la sinistra non aveva nessun potere negli Stati Uniti e dunque poteva mantenere posizione astratte e radicali perché non si confrontava mai con la realtà. Comunque, nel 1981 la Sontag fece un famoso discorso a New York, nel Town Hall dicendo che il comunismo era fascismo dal volto umano. Era l’anno in cui Reagan fu eletto presidente, l’aria dei tempi stava per cambiare radicalmente, e lei se ne rese conto, e cambiò rotta. Il pubblico le lanciò addosso i pomodori, il discorso fu oggetto di infinite controversie nei salotti intellettuali newyorkesi, che ancora pullulavano di leftists convinti. Sembrava che avesse deciso di appoggiare Reagan. Eppure lei aveva capito che, per salvare la sua reputazione, era tempo di cambiare. E’ vero anche che in quegli anni lei subiva il fascino di Joseph Brodsky, che aveva incontrato nel 1976 e al quale si era legata sentimentalmente per un periodo. Brodsky ebbe un grande impatto sugli intellettuali americani. I suoi processi, la persecuzione intellettuale, avevano aperto gli occhi a molti sulla spietatezza dell’URSS. In ogni caso, Susan si era subito allineata con la traiettoria internazionale del comunismo. Un’altra volta fu al New York Institute for the Humanities, dove volle parlare del “viaggio”, ossia della peregrinazione degli intellettuali occidentali in Russia alla scoperta del comunismo. Venivano portati a vedere fabbriche, a visitare fattorie, cose che non avevano mai visto nei loro paesi, e poi a conoscere gli intellettuali locali, che in realtà non erano altro che funzionari di partito. Quel che disse a quella conferenza è che quel viaggio era sempre lo stesso, in Russia come a Cuba o in Cina. Segue certe formule codificate. Era molto interessata agli intellettuali che non si fecero sedurre dal viaggio, come per esempio André Gide. La ragione per cui lo ammirava tanto è che lui aveva un interprete francese in Russia, un comunista che era andato a vivere là perché credeva profondamente nel sistema e che fu disilluso. Era l’informatore di Gide e gli aprì gli occhi in modo che non fosse semplicemente sbalordito dal viaggio, come accadde a molti. In ogni caso, Susan era bravissima a curare la sua immagine e farla evolvere con i tempi.

G.O. La tua relazione con Susan fu complicata, mi sembra di capire. Avevate un rapporto di amicizia e stima reciproca, eppure tu decidesti di ritrarla in un personaggio del tuo romanzo Caracole. Cosa che le dispiacque molto…

Si arrabbiò moltissimo. Chiese addirittura al mio editore di togliere le sue due righe di presentazione del mio romanzo Un giovane americano dalla quarta di copertina in ogni lingua. Non so perché. Non trovo quello che avevo scritto così aggressivo, e poi, è vero che pensavo a lei, ma l’ambientazione è così diversa, così lontana, un mondo di aristocratici e palazzi in una Venezia immaginaria del Settecento. Certo, parlavo di una donna brillante e appassionata, molto spesso le due cose vanno insieme, non trovi? Ho partecipato a un dibattito qualche sera fa con Catherine Millet, la scrittrice francese del libro erotico La vita sessuale diCatherine M., anche lei è brillante e appassionata, che male c’è?
In ogni caso, Susan si arrabbiò moltissimo e rompemmo la nostra amicizia. La colpa fu in parte di un’amica newyorkese negli anni in cui abitavo a Parigi, una grande alcolizzata, alla quale il mio partner dell’epoca aveva detto che ero molto solo in Francia. Allora venne a trovarmi, cominciammo a parlare e mi chiese di leggerle le cose che stavo scrivendo. Così feci, e lei, senza rispettare il silenzio, dato che si trattava di un manoscritto non ancora pubblicato, corse subito a raccontare a Susan che stavo scrivendo su di lei, creando così il malinteso. Se non glielo avesse detto, non se ne sarebbe neanche accorta. Comunque, una relazione complicata.

G.O. Parlando di Susan Sontag, dicevi della la visione ingenua della sinistra americana nei confronti del comunismo, un argomento su cui ritorni spesso nelle tue descrizioni degli Anni Settanta in America. Come fu la transizione politica dagli Anni Settanta agli Anni Ottanta? Tu stesso dici che negli Anni Ottanta non ti consideravi più un socialista, ma un anarchico, e che per “anarchico” intendevi in fondo un individualista.

E.W. Come ho detto, la sinistra americana degli Anni Settanta si permetteva di essere così radicale perché quel che pensava non aveva conseguenze politiche né negli Stati Uniti né altrove. Allora si poteva dire a cena “Viva Marx o Viva Mao”, tanto il comunismo era lontano, non si sarebbe mai avvicinato agli Stati Uniti e non ne avremmo mai pagato le conseguenze. Negli anni che passai a San Francisco, incontrai Simon Karlinsky, un intellettuale russo straordinario, direttore del dipartimento di slavistica a Berkeley. Aveva letto qualche articolo di giornale su di me in cui dicevo che ero un socialista e mi disse, “Oh, Edmund, ma di cosa stai parlando? Tu non sai di cosa stai parlando!”. E io pensavo fosse giusto un russo bianco che aveva le sue ragioni dinastiche per essere un anti-socialista. Poi cominciai a capire. All’inizio prendevo con lui le posizioni tipiche degli americani di sinistra, e gli rispondevo: “Ok, ma almeno Lenin va bene!”. Ovviamente Lenin non andava bene per niente, era un mostro come tutti gli altri. Allora cercavo un periodo anteriore in cui l’URSS fosse difendibile, in cui l’utopia socialista ancora prevaleva sulle lotte di potere, ma era in realtà impossibile. Emma Goldman aveva già denunciato le derive dei bolscevichi nel 1919, quando ci fu la repressione della rivolta di Kronstadt, guidata da marinai e pescatori contro la politica economica di Lenin. Non si poteva chiudere gli occhi in quel modo. Non c’è mai stato un “buon periodo” del bolscevismo, è inutile sognare. E Simon, che era un mio grande amico, era arrivato in America con la famiglia a sedici anni scappando dalla Manciuria, allora sotto il regime sovietico. Era uno studioso di Nabokov, e io pensavo fosse di destra come Nabokov, il quale aveva preso posizioni per me all’epoca insostenibili, come il suo appoggio alla guerra del Vietnam. E invece proveniva da una famiglia semplice, che aveva sofferto le peggiori umiliazioni a causa dei bolscevichi.

G.O. Dimmi di più della tua relazione con Nabokov, che giocò un ruolo importante nella tua carriera di scrittore.

E.W. Per prima cosa, io adoravo Nabokov. Addirittura lo sognavo, sognavo i suoi libri.

G.O. Perché lo ammiravi così tanto? Non mi fraintendere, anch’io lo amo moltissimo, soprattutto perché è uno dei pochi scrittori, insieme a Canetti o a Sebald, che ha un rapporto complesso con la lingua che usa per scrivere. La sua autobiografia Parla, ricordo, mi ha profondamente influenzata. Non mi stupisce dunque la tua ammirazione, ma vorrei capirne le ragioni.

E.W. Una delle cose che mi attrae di più del suo lavoro è il suo stile complesso e barocco per raccontare storie forti, intrighi invece molto chiari, quasi melodrammatici direi. La cosa funziona meglio nei romanzi che nei racconti. Prendi Disperazione:un uomo che pensa di uccidere il suo doppio e alla fine non fa che architettare l’omicidio perfetto di sé stesso. L’idea è molto intelligente. Lo stile barocco si mescola a una trama poliziesca. Hermann, il protagonista, è chiaramente un pazzo. Nabokov amava scrivere di pazzi. Non amava scrivere né di geni né di gente speciale, ma della varietà aberrante degli esseri umani. Trovo questo affascinante.
Fu così che venni in contatto con lui. La sua reputazione stava lentamente declinando negli Stati Uniti alla fine della sua vita. Molti dei suoi ultimi romanzi non ebbero un gran successo. All’epoca lavoravo per una rivista letteraria e, dato che ammiravo Nabokov moltissimo, decisi di creare molto rumore intorno all’uscita di uno dei suoi ultimi libri e di preparare un servizio speciale. Ingaggiai un fotografo, Lord Snowden, per andare a fargli delle foto e chiesi a una serie di scrittori importanti di scrivere dei saggi su di lui. Anche io ne scrissi uno. A lui l’idea piacque molto e scrisse anche lui un saggio sull’ispirazione, che illustrai nella rivista con l’immagine di un bellissimo quadro di Jean-Léon Gérome, un pittore francese accademico della fine dell’Ottocento, che anche lui conosceva. Ebbi anche il problema di dover “editare” il suo pezzo, che non era cosa facile per un ammiratore come me. Ma lui disse che la mia versione andava benissimo. In realtà non ci siamo mai incontrati di persona. Ci siamo parlati per telefono. Qualche tempo dopo, Nabokov fu intervistato da Gerald Clarke, il biografo di Truman Capote, per la rivista Esquire. Durante l’intervista, Clarke gli chiese quali erano i suoi scrittori americani preferiti. E Nabokov fece il mio nome. Questo accadeva nel 1976, e il mio primo libro Forgetting Elena, era apparso tre anni prima, e già scomparso. Ma ovviamente, il suo giudizio positivo ebbe un impatto enorme sulla mia reputazione. Dopo la sua morte, andai a Montreux con un amico che stava pubblicando L’incantatore in francese, un racconto scritto in russo e mai pubblicato in vita, che il figlio Dimitri tradusse in inglese nel 1986. Lì incontrai la moglie di Nabokov, con cui passai un paio d’ore.

G.O. E quando decidesti di scrivere una biografia di Jean Genet?

E.W. Nel 1986. Abitavo a Parigi all’epoca, e il mio editor preferito mi chiamò da New York per sapere se conoscessi qualcuno che aveva voglia di scrivere un libro su Genet e subito gli dissi: “Lo voglio scrivere io!”. Così mi affidò il compito di scrivere la biografia di Genet, ma di lì a poco si ammalò di AIDS e morì. Lo stesso anno, scoprii di essere sieropositivo. Pensavo anche io che sarei morto. Andai avanti comunque con il progetto, ma faticosamente, con molti problemi. A quei tempi un editor di una buona casa editrice americana non aveva più di quattro libri all’anno di cui occuparsi. E dunque l’editor che prese il posto del mio amico ebbe il tempo di lavorare sul mio manoscritto tanto da riempire ogni pagina di correzioni. Quando vidi ritornarmi il manoscritto tutto segnato, mi dissi che non avevo nessuna voglia di riprendere daccapo il progetto. Lo ripresi comunque e il manoscritto rimase in attesa più di un anno, dovetti far intervenire il mio agente per farlo riprendere in mano. E infine vinse il National Book Critics Circle Award, un premio molto importante qui.

G.O. E’ interessante però che non si trattasse di una tua idea ma di una commessa. Però la redazione ti prese molto tempo. Ti “innamorasti” a un certo punto del personaggio o no?

E.W. Non mi è mai piaciuto Genet e io non sarei piaciuto a lui. Ha una visione dell’omosessualità sinistra, colpevole, si compiace nel considerarla nei suoi aspetti sordidi, quasi fosse un tratto criminale. Poi, odiava gli americani, i bianchi, i borghesi e gli altri omosessuali. Mi avrebbe sicuramente odiato.
Lo stimo come scrittore, ma trovo detestabile il personaggio. In ogni caso, credo che in generale, più si passa tempo in compagnia di un personaggio di cui si conoscono sempre meglio i dettagli della vita, più lo si disprezza. All’inizio pensavo il contrario. Pensavo che tutti funzionassimo nella lettura con un sistema di “rinforzo”: più lo leggi e più lo ami. Comunque a dire il vero quel che successe con Genet è che dopo sette anni passati a scrivere la sua biografia avevo la stessa opinione di lui che avevo all’inizio, ossia che si trattasse di un uomo estremamente complicato, difficile. Gli americani hanno la fama di essere “gentili per routine”. Ecco, Genet è assolutamente l’opposto, qualcuno di spiacevole per routine.

G.O. Tutti gli autori francesi di cui ti sei occupato erano omosessuali?

E.W. Beh, sì, se vogliamo considerare anche Rimbaud un omosessuale…Era più che altro un enfant terrible, che amò uomini e donne. La relazione con Verlaine non fu sufficiente a farlo considerare dalla critica come uno scrittore gay. Nella breve biografia che ho scritto di lui, invece, approfondisco proprio il tema della sua omosessualità: in fondo, Rimbaud e Verlaine furono la prima coppia omosessuale di artisti pubblicamente riconosciuta.
Gli altri autori di cui mi sono occupato erano tutti omosessuali. Anche il mio libro su Proust non fu immediatamente accettato dalla critica, soprattutto in Francia. Sostenevano che la mia lettura del ruolo dell’omosessualità nella vita di Proust fosse troppo pronunciata. Come se avessi “forzato” una lettura gay  di Proust che toglieva qualcosa alla sua grandezza.

G.O. Questo è molto interessante, perché il concetto stesso di “grande letteratura” è basato su una certa idea dell’universalità della natura umana, o del suo genio creativo. Come se specificando certe caratteristiche di un autore, il suo genere, la sua omosessualità, la sua appartenenza a un’etnia particolare, si perdesse in universalità e se ne riducesse così la grandezza.

E.W. Questo vale particolarmente per la Francia. Anche quando la mia biografia di Genet andò in lettura a Gallimard, gli editori erano contenti che il mio libro non fosse troppo “omosessuale” Con il libro su Proust è diverso, perché in quel caso insistei proprio sulla sua omosessualità. Esistevano già miriadi di libri su Proust, dunque, quando decisi di scrivere un libro su di lui, avevo bisogno di trattarlo da una prospettiva particolare. Mi chiesi cosa potevo fare di un po’ differente. E pensai che tutti quanti dicono di Proust di quanto sia bravo a trasformare figure maschili in personaggi femminili, come Alfred Agostinelli trasformato in Albertine. Ma è una lettura davvero banale, direi ridicola dei personaggi proustiani. Proust era sicuramente un maestro nell’inversione di genere, ma in modo molto più complesso. Il suo autista, Alfred, non è che uno degli ispiratori della figura di Albertine, che viene creata dai tratti di diverse persone incontrate. I tratti maschili non sono invertiti meccanicamente in tratti femminili! Una studiosa americana, Elisabeth Ladenson, ha scritto un libro sull’omosessualità femminile in Proust (Proust’s lesbianism, 1999) mostrando che l’interesse di Proust per le relazioni omosessuali andava ben al di là dell’omosessualità maschile e del semplice trasporre maschi in femmine. L’omosessualità saffica, pensa ad esempio alla figlia di Vinteuil nella Ricerca,attraversa tutta l’opera di Proust ed è, secondo la Ladenson, l’unica forma di amore che trova pienezza e condivisione invece di frustrazione. Insomma, la sua visione dell’omosessualità è estremamente elaborata ed è questo che cerco di mostrare nel mio libro: quali persone e per quali ragioni cambiano sesso nel romanzo di Proust, non la semplice ovvietà che Proust era omosessuale.

G.O. E qual è la tua visione del rapporto tra letteratura e genere? Il genere influenza la letteratura?Esiste una voce omosessuale o eterosessuale in letteratura?

E.W. Proust aveva molte appartenenze diverse: era ebreo da parte di madre, sicuramente omosessuale (non sembra ebbe mai relazioni con donne) ed era un borghese con un complicato rapporto con l’aristocrazia. In suoi scritti mondani sull’alta società all’inizio giocarono contro la sua carriera letteraria, perché era giudicato un “mondano” che si trascinava da un salotto all’altro. Penso che tutte queste appartenenze ambigue, non dichiarate, vissute in modo complesso e tormentato, abbiano partecipato a farlo sentire un outsider. C’è un libro recente, molto interessante, di Claude Arnaud, Proust contre Cocteau, che racconta la relazione di amicizia e di rivalità tra i due scrittori. Cocteau aveva un incredibile successo mondano. Era un grande amico della contessa di Chevigné, che servì da modello a Proust per la sua duchessa di Guermantes, e mentre Cocteau trionfava nei suoi salotti, Proust le scriveva lunghe lettere che lei leggeva distrattamente dicendo : “Che barba!”. Eppure per i posteri, Cocteau resta un autore leggero, che perdeva troppo tempo a correre dietro ai ragazzi e ad andare alle feste, mentre Proust prese la giusta decisione di sottrarsi alla mondanità, trasformando sangue in inchiostro. Fu un vero martire della sua arte. La sua scommessa era l’immortalità, e l’ha vinta: oggi Proust è probabilmente l’autore del XX secolo più conosciuto al mondo, più di James Joyce. Credo sia questo tipo di scommessa che determini il rapporto con la grande letteratura, e che il genere, in questa scommessa, non abbia nulla a che fare.


( il seguito su Micromega)

Wednesday, November 06, 2013

Reputation. New Issue of COMMUNICATIONS, Seuil, Paris.

I have edited an issue of the French journal COMMUNICATIONS on Reputation. Here below you will find the English version of the introduction. Please, do come to the book launch on November 22nd, 2013 at 5 pm at Columbia University, Maison Française

Et si vous êtes à Paris, venez à la présentation du numéro à l'EHESS, 105 bd. Raspail, le 28 novembre à 5 heures. On va tester la réputation de quelque bonne bouteille !





Reputation, reputation, reputation! O, I have lost
my reputation!
I have lost the immortal part of myself, and what
remains is bestial.

Othello, Act II, scene iii


Thus speaks Cassio in the second act of Shakespeare’s famous tragedy, when he discovers that after a dispute with another lieutenant he has lost Othello’s good esteem. His first worry is not about the material consequences this loss will have on his physical existence, but about another part of his being, his reputation, which is reflected in the eyes and words of others. Iago, who is secretly trying to ruin Cassio by manipulating his reputation, knows very well that “the immortal part” of ourselves is also the most fragile: we often obtain or lose it without deserving to, and we constantly try to reassure ourselves about what others think of us.
Essentially comparative, this interpersonal dimension of ourselves is also the most mysterious. What is a reputation? Why is it so socially and psychologically important? Is it the natural product of our anxiety about social status? Or is it something specific, which can be studied by the social sciences?

This issue of Communications seeks to answer these questions. It considers reputation as a key concept in exploring themes of different disciplines including sociology, moral philosophy, political science, economics, game theory, anthropology, history, and psychology. In trying to understand the role of “this immortal part of ourselves,” this excess of ourselves seen by others, in the construction of social reality, this issue takes on a strong interdisciplinary character.
We can see reputation as the informational remains of our past actions. According to the standard dictionary definition, it is the credibility that a person has accumulated through repeated interactions in the eyes of a third party. But how this credibility is accumulated is not nearly as clear as what classic models of reputation would have us believe. Information is relayed through communication, which opens it up to distortion and allows psychological biases to influence what we hear. In short, reputation seems condemned to subjectivity and biased opinions. It lends itself to manipulation and craft. In such conditions, it is difficult to build the basis of an objective theory of social phenomena. This is why economists, sociologists, and philosophers have neglected the subject, preferring instead to explain motives for human actions with more “objective” concepts such as rationality, utility, or interest…

Yet this apparently elusive notion seems to be appearing in, or in some cases returning to, several disciplines. Once banished from economics as a vestige of pre-modern values, it plays a crucial role today in explaining the consequences informational asymmetry has on markets. It is becoming important again in sociology, showing phenomena of visibility, which are increasingly central in explications of social behavior, and the role that rankings play in the perception of products and services’ quality. In game theory, it is a central idea that provides a rational explanation for altruism and cooperative behavior. In international relations, we are increasingly asking about its role in confrontations between states, conflict strategies, and the emergence of new powers. Indicators, such as systems of financial notation, rankings, and new governance techniques, put the question of reputation at the center of political analysis. In moral philosophy, reputation appears as a justification for disinterested behavior, and in psychology it is at the foundation of the notion of “character,” which allows for an explanation of the development of social emotions like shame and embarrassment. Finally, the internet and social networks make reputation essentially a new “currency” and a powerful tool for the extraction of information. In short, reputation seems to invade our social, moral, and cognitive lives. It then deserves to be reconsidered as not just a social label, but as a constitutive dimension of our relations to others and to the world.

Reputation is profoundly anchored in our reading of the social world, because it informs us, through direct or indirect signals, about others’ hidden qualities. Thus, in Les Liaisons dangereuses, Madame de Tourvel, taking into account the rumors about vicomte de Valmont, cannot be certain of his honesty when he declares his love. In order to acquire a good reputation in her eyes, Valmont comes to the aid of impoverished peasants. When news of this action is immediately passed along to Madame de Tourvel, it sends a signal of virtue—of generosity—and helps dissipate the reputation of immorality that had accompanied Valmont.

As reputation informs us about others, it is a shortcut to understanding and classifying those before us. As we see in Valmont’s case, this shortcut is easily manipulable and hardly trustworthy. Nonetheless, we take as our point of departure here the fact that reputation is a necessary dimension for understanding the world, others, and their value. Reality cannot be independent of what is said about it: reputation both builds and is built by the social world. The central task, then, for a rigorous study of reputation, is to distinguish norms, values, and practices that allow us to make “good use” of them, tending to bias information and amplify false rumors. It is at once normative and descriptive. How is reputation built from people and objects, and what role does it play in social and mercantile interactions? How do notation systems shared by different institutions create a world of economic, political, social, and epistemological values? The extraction of information from indirect clues has become one of informational societies’ most urgent concerns. What cognitive practices, what social norms, what deference to authority, guide our uses of reputational clues in the choice among products, information on the internet, doctors, economic investments?

These are questions we need to ask to escape a dead-end situation. Reputation obviously takes on a central role in contemporary societies, but social practices concerning its use are still “charmed.” They are based on hearsay, or the almost magical perception of the aura that a subject or object can obtain if others look on it favorably. Or else they are influenced by authority. Similarly, when reputation is objectified in rankings, notation systems, or shared evaluations, the norms underlying the establishment of these criteria are rarely discussed collectively. Too often they are passively accepted as a requirement with no alternative and, despite their inefficacy, are never questioned. It is then a question of accepting reputation’s preponderant role in our lives immerged in strongly interconnected social networks, all while trying to ensure a critical and reasoned appraisal.

The reappearance of reputation also corresponds to the increasingly apparent examination of a model of human motivation, Homo economicus, essentially based on individualist motivations. The need to compare oneself to others, to construct one’s identity relationally, in other words, the “fight for status” and not just for material goods associated with status, make reputation a fundamental ontological and anthropological component of our social lives.

The twelve essays in this volume address these questions from different and complementary perspectives. From the perspectives of anthropology and evolutionary psychology, Nicolas Baumard and Dan Sperber distinguish the evolution of moral concerns from those of reputational ones. According to evolutionary explanations of moral behavior, we are interested in acting ethically to win reputation and the indirect benefits that that can bring. But concern for acting in an ethical way can have two very different phylogenetic histories. Jon Elster, for his part, takes up some of these themes in developing the argument that desire for reputation can inspire moral actions without taking others into account. He maintains that the motivational role of self-esteem and self-reputation explain this desire: I do something to show myself that I am the sort of person who does this sort of thing. These two articles share neighboring visions of the essentially individualist human nature according to which the motivation of human action is to be found in each individual’s rationality.

Approaching the question from a genealogical perspective, Barbara Carnevali challenges this individualist model and puts essentially comparative and relational motivations (glory, triumph over others, the fight for physical and also symbolic supremacy) in the center of social ontology. She retraces here the genealogy of these passions in the works of Thomas Hobbes, particularly in his treatment of the passion for glory. From a cognitive point of view, Philippe Rochat adopts the same perspective, retracing the ontogeny of reputation in children and making “sense of others” the pillar of the construction of identity.

Nicolas Emler adopts the perspective of social psychology and of social representation theory to defend the hypothesis that although it is manipulable, reputation remains a robust social instrument that permits us to extract information about who others are and what we can expect from them. 

In my contribution to this volume, I defend an argument close to the epistemological point of view, considering that reputation is an indispensable tool for the extraction of information. There is no Robinson Crusoe, that is, no subject in contact with a reality unfiltered by others. It is through the detection of complex traces of judgments and evaluations of others that we come to extract pertinent information from a corpus of knowledge. In the absence of filters, existing evaluations that form a domain of knowledge, we would be permanently like Bouvard and Pécuchet, the two partners in Flaubert’s novel who, in the frenzy of trying to learn everything, end up knowing nothing. The necessity, for evaluation, of the judgments of others is clear in economics of in the singularities presented here by Lucien Karpik as well as in the sociology of rankings exposed by Pierre-Marie Chauvin.

Lucien Karpik distinguishes the logic of reputation that characterizes standard products from that which distinguishes singular products, that is, the prestigious goods for which uncertainty about the quality is very strong. In the second case, reputation cannot be modeled like a variable of price dynamics with standard price theory, because the disjunction between the price scale and reputations becomes greater as uncertainty about the quality increases. Pierre-Marie Chauvin proposes a sociology of reputations based on the role of social evaluations in the construction of collective representations of value, insisting on the definition of the circle of social actors that share this evaluation as a central element of the work of the sociologist in this domain.

In his article on information asymmetries in economics, Pierre-Michel Menger takes up classical economic theory of reputation as a repeated game of strategy. According to his argument, this strategic dimension is what distinguishes reputation from similar concepts, such as celebrity or notoriety. Reputation is a decrease of uncertainty that depends on the strategy chosen by the two partners in a repeated game. But this model only works, as Lucien Karpik insists, in situations where uncertainty is symmetrical. When informational uncertainly is strongly asymmetrical between the two actors, strategic reputation is no longer sufficient and the market of statutory guarantees must be introduced.

Dominique Cardon’s article describes two distinct models of reputation that exist on the internet, a terrain where competition for visibility is becoming more and more brutal. The first, which comes essentially from Google’s Page Rank algorithm, exploits the social network structure of links on the web to organize a hierarchy of pages from them. With the second, Web 2.0, reputation becomes a more vague measure, based on the number of likes or retweets, a result of promotion strategies of more debatable objectivity. Here one leaves the “closed” world of Google style searchreesults in which, in the end, reputation is only a measure of impact (the number of times a page is “cited” by other pages) and enters the “open” universe of echoes of visibility produced by the widespread repetition of the same information by the Web.

The game of rumors is also at the center of Ariel Colonomos’ analysis of the role of financial notations in states’ reputations. Today these financial notations, inaugurated in an age of intelligence, serve principally for different actors in the market as an evaluation at the base of negotiations; they represent a “focal point” around which the actors organize themselves. Yet unlike a certain common perception of these indicators’ role in the recent financial crises, Arial Colonomos shows that the effect of states’ notations is to contain rumors, not to amplify them.

Still on the subject of rumors, the historian Jean-Pierre Cavaillé retraces the history of the lost, and found, reputation of the burlesque musician and author Charles Dassoucy (1605-1677). He discusses the birth in modern times of a type of reputation which is based on gossip and on the diffusion of opinions permitted by the press, and thus differs greatly from the medieval fama.

Some articles in this volume come from papers presented for the first time in a workshop organized by Pasquale Pasquino at the Foundation Olivetti in Rome in 2007. I would like to express here my gratitude to him for having enthusiastically welcomed the idea—at the time still developing—of an interdisciplinary reflection about reputation. Other contributions evolved with my seminar on social epistemology at the Ecole des hautes études en sciences sociales during the 2011-2012 school year. I thank all the participants in this seminar, colleagues, students, and listeners, who contributed to making a new conversation about the importance of “how we see ourselves seen” emerge.

Gloria Origgi
origgi@ehess.fr
CNRS
Institut Jean Nicod, EHESS/ENS

Monday, November 04, 2013

Who is Afraid of the Humanities?

Here are the slides of a talk I gave at Harvard on October 17th, 2013. Thanks to Paolo Savoia and Steven Shaping for having organized the whole event!

Monday, September 30, 2013

Homeland Season III, l'America senza certezze and Masters of Sex


Uno dei grandi privilegi di essere negli Stati Uniti questo semestre è quello di potere vedere la stagione 3 di Homeland in diretta, senza doverla scaricare illegalmente da Internet… Non so quanti siano i patiti di serie televisive tra i lettori de il Fatto, e so che in questi giorni la vita politica italiana è così mozzafiato che chi ha tempo di occuparsi di quel che succede altrove?
Beh, per consolarvi, prima di tutto vi dirò che anche la politica americana è mozzafiato in questi giorni, anzi, forse peggio di quella italiana! I Repubblicani qui sono ancora più eversivi dei nostri pidiellini, estanno minacciando di fare letteralmente chiudere l’amministrazione pubblica, votando contro qualsiasi spesa, se l’esecuzione della legge sulla sanità di Obama, la famosa Obamacare non viene ritardata di un anno. La Camera è a destra, il Senato a sinistra: il Senato oggi ha respinto le richieste destrorse della Camera e stasera a mezzanotte le amministrazioni pubbliche rischiano semplicemente di… chiudere!
In questo clima di incertezza e follia politica, ieri sera l’America si è concessa un’ora e più di televisione su ShowTime per vedere il primo episodio della terza stagione della serie Homeland, e approfittare per sbirciare, alle dieci, il primo episodio di una serie nuova, geniale, Masters of Sex: la storia della coppia mitica Masters e Johnson, che pubblicò il più rivoluzionario rapporto sulla vita sessuale degli americani negli Anni Sessanta.


Ma torniamo a Homeland: quello che affascina da tre anni di questa serie televisiva è che è il sintomo di un’America senza più certezze, che ha perso la visione semplice e rassicurante di un mondo diviso tra “buoni” e “cattivi” e tra verità e menzogna. Finito John Wayne, i nuovi eroi americani sono Brody, un soldato americano rapito in Iraq per 8 anni e passato dalla parte di Al Qaeda, e un’agente della Cia, Carrie, oracolare, brillantissima e bipolare, che “vede” la verità solo in stati di mania. Carrie si accorge subito che Brody è un traditore, ma ovviamente si innamora di lui, della sua doppiezza, dell’inevitabile duplicità di qualsiasi verità e di qualsiasi valore morale.
La nuova stagione si apre con il processo a Carrie dopo un attentato che ha spazzato via più di duecento agenti Cia e uomini politici, attentato attribuito a Brody, infine smascherato, e che invece lui non ha commesso. Carrie ovviamente è l’unica ad essere convinta che lui sia innocente, e lo aiuta a scappare, vedremo dove nel prossimo episodio. La famiglia di Brody, che giocava alla famiglia americana perfetta e compatta intorno al soldato eroe di ritorno dalla guerra, si trova a fare i conti conun padre trasformato in “mostro”, nemico numero uno della nazione. Il tentativo di suicidio della figlia Dana è però un’apertura verso la fine delle ipocrisie, il bisogno di gettare la maschera non si sa bene dove di una società che ormai vive di falsi eroi e falsi valori. Per sciogliere l’imbarazzo della madre e della nonna a cena, Dana cita la battuta famosa dell’ottimista che cade dal grattacielo e dice: “So far so good…”  e che riassume benissimo come ci sentiamo tutti noi abitanti di un Occidente vicino a uno sfacelo rimandato di continuo.
Dicono qui che sia la serie preferita di Obama, e forse il presidente l’ha guardata un po’ troppo e ne ha tratto ispirazione nel prendere quelle confuse decisioni sulla Siria, mostrando che quello che sbaraglia di più l’Occidente dalla morale bivalente, del sì e de no, dei buoni e dei cattivi, è l’ambivalenza di quelle società “altre” dove il bene e il male si confondono. Quello che ci confonde, ci polarizza e infine ci paralizza è la fine delle certezze in bianco e in nero.


Quanto alla nuova serie Masters of Sex, merita una riflessione tutta per sé. Solo un anticipo in questo post: le serie televisive, che si popolano ormai di favolose eroine femminili, hanno trovato una nuova star oltre alla fragile e geniale Carrie di Homeland: Virginia E. Johnson, prima segretaria, poi amante di William Masters, e infine co-autrice del famoso rapporto sulla sessualità americana, una donna straordinariamente avanti rispetto alla sua epoca, capace di rapporti schietti e amichevoli con gli uomini e capace di parlare di sesso senza diventare volgare, insomma un nuovo modello della relazione bipolare per eccellenza, quella tra maschi e femmine. Forse è cambiando davvero quella relazione fondamentale che emergerà una società meno spaventata dall’altro e più flessibile nel fare evolvere i suoi valori.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/30/serie-tv-lamerica-senza-certezze-nella-terza-stagione-di-homeland/728646/