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Monday, January 12, 2015

Charlie Hebdo è vivo

Articolo pubblicato su il Domenicale de Il Sole 24 Ore l'11 gennaio 2015. Tutti i diritti riservati.



Conosco bene quella redazione massacrata ieri mattina a Parigi. Una camionetta della polizia mi aveva accolta poco più di un anno fa mentre mi recavo a intervistare per Micromega, Gerard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo, per fortuna sopravvissuto all’attentato (si trovava a Londra). 
Settimanale satirico “Bête et méchant”, dichiaratamente anti-clericale, era stato fondato nel 1960, sotto il nome di Hara-Kiri, da François Cavanna e da Georges Bernier, alias Professor Choron. Dopo numerose incarnazioni, censure e resurrezioni, Hara-Kiri viene definitivamente proibito dal Ministero degli Interni nel 1969 per un famoso titolo sulla morte di Charles De Gaulle. Facendo eco ai titoli dei giornali che avevano commentato pochi giorni prima la tragica notizia di un incendio in discoteca che aveva provocato 146 morti, il giorno dopo la morte del generale De Gaulle nella sua casa di Colombey, Hara-Kiri esce col titolo: “Tragico ballo a Colombey: un morto”. Il giorno dopo la polizia mette i sigilli sulla porta della redazione. Ma Cavanna, Topor, Wolinski - ucciso senza pietà a ottant’anni - non si arrendono e in una settimana trasformano il mensile Charlie con cui collaborano tutti, un giornale di satira e fumetti molto vicino al Linus italiano, in un nuovo settimanale: Charlie Hebdo.

L’atmosfera della redazione mi riportava indietro di trent’anni, ai Linus accumulati sul divano nel salotto di mio padre, ai libri di Claire Bretecher che leggeva mia madre, insomma, al laicismo spensierato e impertinente della mia infanzia negli Anni Settanta. A quell’irriverenza allegra dei fumetti e dello spirito libertario e laico, quel senso di sicurezza che solo la libertà di parola ci può dare, perché solo chi è veramente libero è sicuro di sé.

Avevo chiesto a Biard che cosa significasse essere un giornale “ateo”, come Charlie Hebdo si dichiarava. Con il suo tono sornione mi aveva risposto: “Essere ateo significa essere un giornale che si oppone a qualsiasi dogma religioso, che non crede ovviamente alla superiorità di nessuna religione sulle altre e soprattutto che si oppone a qualsiasi ingerenza del mondo religioso sul terreno politico”.
Mi raccontava che erano sommersi dalle denunce e dai processi: associazioni religiose musulmane, cattoliche, ebraiche…quella che li aveva denunciati più sovente era l’AGRIF, Alliance Génerale contre le racisme et pour le respect de l’identité française et chrétienne, un’associazione di destra integralista cattolica francese. Che il direttore, Stéphane Charb, morto ieri in ospedale, aveva una guardia del corpo. Ma che tutto ciò non li spaventava troppo. Perché, mi diceva, la laicità è una causa per la quale vale la pena di morire: “Perché è il senso stesso della democrazia. Sappiamo ormai che la democrazia è l’unico sistema di governo possibile. Senza laicità la democrazia non funziona. E’ la condizione della democrazia, che è un sistema politico che accetta di essere continuamente rimesso in questione”.

L’irriverenza di Charlie Hebdo può certamente disturbare i benpensanti, ma i benpensanti democratici tollerano di essere disturbati. E’ questa la democrazia. Tollerare di essere disturbati dalle credenze e dalle dichiarazioni degli altri. Tollerare che ci sia gente che incroci tutte le mattine, a cui dici buongiorno, con cui lavori, che magari non la pensa come te.
Credenti, non credenti, atei, mistici, benpensanti, compriamo tutti Charlie Hebdo questa settimana per dire forte, ad alta voce, che nessuno chiuderà mai la bocca alla libertà.

1 comment:

Anonymous said...

Onestamente da un'epistemologa mi aspettavo una riflessione un po' più profonda e articolata, che andasse al di là degli ovvi sdegno, dolore e solidarietà. Wolinski, Tapor ecc. erano artisti geniali e non si può che piangere per la scomparsa anche solo di uno di loro. Ma questo non vuol dire che la loro idea di democrazia fosse attuale, come l’articolo sembra far credere. Oggi la democrazia non si può fondare sulla laicità e nemmeno sulla libertà di espressione. La democrazia di chi, la libertà di espressione di quali settori della popolazione, attraverso quali mezzi, scuole, università e giornali? Anche l'impianto della gloriosa satira novecentesca, libertaria e anticlericale, sembra ormai il riflesso di un privilegio di pochi e per pochi. Il milione e più di parigini in piazza sono il simbolo di un fallimento e di un allarme rosso, non di una ritrovata convivenza. La "democrazia" ha perso perché nella banlieue gli immigrati non sono interessati alla libertà di espressione (certamente non un fattore neutro, slegato dalle condizioni sociali, culturali, ecc.), ma al loro futuro. E di una satira raffinata non sanno che farsene. Questo disinteresse, lo sappiamo bene, non è una caratteristica degli immigrati, ma di gran parte dei giovani e dei meno giovani. Il mondo è profondamente cambiato, questo ci dice il massacro di Parigi. Difendere la libertà di opinione è il minino (anche se non tutte le opinioni sono uguali), ma dopo Guanatanamo, dopo Abu Grahib, chi difende chi e che cosa? La legittimità delle nostre democrazie è svanita. Noi viviamo in un occidente che ha calpestato ogni diritto, ogni giustizia, ogni speranza di cambiamento. Il sorriso durbans e il pollice alzato della soldatessa americana accanto al cadavere carbonizzato di un iracheno è stato uno dei simboli che hanno scavato il baratro di incomprensione e svelato ogni illusione. La satira ha svolto nel Novecento un ruolo fondamentale: denunciare e smascherare il potere. Charlie Hebdo, come molti altri giornali di satira (che in Italia hanno chiuso per mancanza di lettori), aveva da anni perduto questo ruolo, perché il potere non è più nella politica e nei palazzi e nemmeno nell’industria. Il potere è altrove e la satira faceva fatica a identificarlo, perché i suoi strumenti hanno bisogno di bersagli facilmente raggiungibili. Ricordiamo e onoriamo i geniali disegnatori e artisti che hanno fatto sorridere o arrabbiare tutti noi, ma al tempo del datagate e davvero ingenuo pensare di essere in grado di difendere i “valori” della democrazia attraverso un giornale, per quanto intelligente, libero e… innocuo.